Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Viterbo, caso Manca. Ingroia: "E' un omicidio di mafia, chiediamo la riesumazione"

L'ex pm Antonio Ingroia insieme all'avvocato Repici

Beatrice Masci
  • a
  • a
  • a

Nuove indagini e riesumazione del corpo di Attilio Manca per effettuare una nuova autopsia. Queste le prime, immediate richieste, che i legali della famiglia dell’urologo, Antonio Ingroia e Fabio Repici, inoltreranno alla Procura di Viterbo, alla Procura nazionale Antimafia e alla Procura distrettuale antimafia. L’assoluzione: “Perché il fatto non sussiste”, di Monica Mileti, accusata di aver fornito a Manca la droga, apre scenari del tutto nuovi sulle cause della morte del medico. 

 

Scenari nuovi, ma non per la famiglia. Spiega l’avvocato Ingroia: “La verità è più forte della menzogna e alla fine prevale, certo, quando, come in questo caso, ci sono forti resistenze e depistaggi, la verità stenta ad emergere. L’assoluzione di Monica Mileti è il primo atto di giustizia sul caso Manca. Ora, in attesa delle motivazioni, ma con il mano il dispositivo della sentenza di assoluzione in appello della terza sezione del Tribunale di Roma, chiederemo la riapertura delle indagini e la riesumazione del corpo per una nuova autopsia. Su questo caso si deve aprire anche un serio esame da parte della Commissione Antimafia”.
Quali sono i dubbi che con una nuova autopsia intendete sciogliere?
“Dubbi in primo luogo sulle relazioni mediche. Secondo le indagini, Manca, mancino, si sarebbe iniettato la droga sul braccio sinistro. Non solo, avrebbe accuratamente gettato nel cestino lo stantuffo della siringa, avrebbe eliminato le impronte, ma i guanti che secondo questa teoria avrebbe dovuto usare non sono stati trovati, e poi sarebbe morto sul colpo sbattendo il viso sul telecomando del televisore, e questo per spiegare il volto tumefatto”. 

 


 

Secondo la vostra ricostruzione cosa invece sarebbe realmente successo?
“Riteniamo che Attilio Manca, giovane medico molto preparato nel suo campo, sia stato avvicinato, nel suo paese di origine da persone che gli avrebbero chiesto di curare un malato molto importante per lo Stato. All’epoca, di Provenzano, latitante da decenni, non si conosceva neppure il volto. Solo una volta ritornato a casa, a Viterbo, Manca potrebbe aver iniziato a porsi domande e ad avere dubbi”.
E’ a quel punto che sarebbe stata decisa la sua morte?
“No. Un pentito mi ha raccontato di aver ricevuto incarico di uccidere Manca in Sicilia. Poi, invece, la situazione sarebbe cambiata e l’ordine rientrato. Mi ha riferito che chi aveva dato l’ordine di ammazzare Manca avrebbe poi deciso che l’omicidio a Viterbo, mascherato da overdose, sarebbe stato meno facile da decifrare”.

 


 

Secondo lei l’ordine è partito da Provenzano?
“Provenzano era ormai vecchio e malato. Ma nonostante ciò era fondamentale che rimanesse in vita e libero perché era il garante della trattativa Stato-mafia”.
Sono passati molti anni da allora, ritiene che arrivare alla verità possa essere oggi meno complicato?
“Non lo credo. Tutti i segreti di Provenzano, compresi quelli sulla trattativa Stato-mafia, sono ora nelle mani del suo successore, Matteo Messina Denaro. Per molti ambienti è di vitale importanza che quei segreti restino tali. Per questo motivo arrivare alla verità sarà difficile. Ma noi intendiamo provarci”