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Viterbo, cuccioli affogati. Condanna confermata per i gestori del canile Fontana

Valeria Terranova
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La Cassazione ha respinto ieri, 17 febbraio, il ricorso che era stato presentato dai proprietari e gestori del canile privato viterbese Fontana, confermando le condanne per Anna Maria Fontana e per il marito Carmelo Cassone: sei mesi di reclusione per uccisione di animali (articolo 544 bis codice penale) che venne emessa dal Tribunale di Viterbo nel 2018 e che poi è stata confermata in Appello nel 2020.

 

 

 

 

Nel canile privato Fontana di Viterbo i cuccioli appena partoriti venivano uccisi gettandoli in un secchio pieno d’acqua sul quale veniva pressato un secchio più piccolo di diametro, annegandoli e schiacciandoli; i resti degli animaletti venivano poi buttati dentro ad un bidone della spazzatura. Gli inserventi della struttura (cingalesi) erano stati “istruiti” a comportarsi così, ma furono loro stessi a ribellarsi a questa modalità riprendendo un filmato le cui immagini testimoniavano quanto accadeva e a sporgere denuncia nei confronti dei proprietari e gestori del canile. 
Il tribunale di Viterbo, al termine di un’istruttoria durata quasi due anni e un altrettanto lungo confronto in aula, pronunciò la sentenza. Il giudice Giacomo Autizi nonostante il pubblico ministero Lidia Pennacchi avesse avanzato richiesta di condanna a tre mesi di reclusione, la raddoppiò a 6 mesi.

 

 

Avverso la sentenza, confermata anche in Appello, l’imputata Anna Maria Fontana aveva proposto ricorso in Cassazione in particolare con l’argomentazione che la Corte d’appello non aveva valutato le deposizioni di un teste (Hettiarachige) il quale aveva escluso ogni responsabilità della Fontana in ordine alla soppressione dei cani, e di un altro (Franconeri) che aveva affermato che i cuccioli, dopo un primo periodo in cui erano allattati dalla madre, venivano posti economicamente a carico dei Comuni.
Le eccezioni sono state tutte respinte e la ex titolare del canile “Fontana” è stata condannata anche al pagamento delle spese con una sanzione pecuniaria di 3 mila euro.