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Viterbo, infermiera accusata di peculato per aver utilizzato l'auto di servizio durante la pausa pranzo

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“Io ho sempre lavorato con serietà. Quella non era l’auto che mi era stata assegnata e con cui mi recavo dai pazienti. Hanno cercato di incastrarmi”. Inizia con queste parole la testimonianza dell’infermiera domiciliare dipendente dell’Adi (Assistenza Domiciliare Integrata) della Asl di Viterbo in servizio a Orte, accusata di peculato, in quanto, abitualmente, sarebbe tornata a casa a pranzo, durante l’orario di lavoro, utilizzando la Fiat Panda aziendale. “La macchina con cui vado a lavorare ha una targa diversa e quella che si sostiene fosse mia non lo è. Non l’ho mai guidata e abitando vicino all’ospedale, per andare a prendere l’auto di servizio e viceversa mi muovo a piedi”, ha affermato l’imputata.

La 54enne, assistita dall’avvocato Roberto Alabiso, rispondendo alle domande delle parti ha inoltre sostenuto che nel 2018, periodo al quale risalgono i fatti che le vengono contestati, il parcheggio dell’ex ospedale da cui era solita partire e ritornare per depositare l’autovettura fosse incustodito e che vi potesse parcheggiare chiunque, anche un operatore proveniente da Montefiascone e che le chiavi degli autoveicoli venivano riposte in una bacheca non sorvegliata all’interno della struttura ospedaliera.

Nel corso dell’interrogatorio l’infermiera, visionando un fascicolo fotografico, non ha riconosciuto le immagini relative alla macchina e al posto, riferendo a tale proposito che si trattasse della strada parallela alla via in cui risiede e che non si trattasse del veicolo di cui usufruiva per raggiungere i pazienti a domicilio. In seguito, è stato sentito un 67enne che nel 2018 si prese cura di un amico, vicino di casa, e di aver conosciuto l’infermiera in quel frangente. “La signora si spostava in periferia per raggiungerci e veniva settimanalmente con regolarità ed era sempre disponibile” ha raccontato brevemente l’uomo.