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Viterbo, ex magistrato accusato di usura. La Procura chiede il processo

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Viterbo, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per un notaio ed ex magistrato romano, indagato, insieme all’amministratore di una società di investimenti dell’Alta Tuscia, per usura aggravata in concorso. A finire nella loro rete un imprenditore edile della provincia di Roma in difficoltà, che si è costituito parte civile ed è rappresentato dall’avvocato Angelo Di Silvio. Nel corso dell’udienza preliminare il legale della presunta vittima ha chiesto un risarcimento di 4 milioni

 

La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei due indagati è stata avanzata dal pubblico ministero Stefano D’Arma, titolare delle indagini. Stando alle ipotesi dell’accusa, il notaio era il legale rappresentante della società e l’amministratore era il vice presidente della stessa, per poi diventare, in seguito, amministratore unico. La presunta vittima si sarebbe rivolta nel 2008 alla società finanziaria con sede legale presso lo studio di un commercialista viterbese, per acquisire della liquidità al fine di concludere alcuni lavori che aveva intrapreso, tra cui un complesso residenziale costituito da molti appartamenti e numerosi garage. Tra i protagonisti della vicenda finiti davanti al giudice delle udienze preliminari sarebbero stati stipulati parecchi contratti di finanziamento, ma con tassi d’ interesse che andavano molto oltre i limiti della soglia (più del 50 per cento), previsti in materia di usura. In un caso, ad esempio, si parla di un prestito di 35 mila euro, concesso il 18 dicembre 2007, da restituire in due rate, il 28 febbraio e il 31 marzo 2008, per un importo complessivo di 40 mila euro. Il tasso di interessi applicato era del 50.12 per cento, dunque superiore al tasso di soglia vigente che all’epoca era del 18,80 per cento.

 

Dagli accertamenti tecnici redatti dal consulente nominato dalla pubblica accusa, risulterebbe infatti che tali finanziamenti richiesti dall’imprenditore sarebbero stati concessi soltanto dopo la cessione delle quote societarie di maggioranza che avrebbero poi consentito ai due di entrare a far parte della società. Il secondo indagato, in virtù del nuovo incarico come amministratore, unico avrebbe spogliato parte del patrimonio della società riversandolo su altre organizzazioni a lui riconducibili e con il fallimento della società, dichiaro nel 2017, si è estinto anche il patrimonio che apparteneva all’imprenditore edile. La vittima, dunque, sarebbe stata spogliata di numerosi beni, tra cui 19 appartamenti, 12 autorimesse e una villa in Sardegna. “Ci siamo costituiti parte civile in quanto la legittimazione è data dal fatto che si tratta di una persona danneggiata dal reato. Nella dinamica dei fatti il mio assistito si è visto spogliare dell’intera partecipazione societaria e non solo - ha spiegato l’avvocato Angelo Di Silvio - ha perso tutto, famiglia compresa. Gli hanno rovinato la vita e adesso non ha più nulla e vive di pensione sociale. Ha subito un danno molto consistente che ha avuto ricadute drammatiche anche sulla vita dei suoi dipendenti. Tutte ragioni considerevoli che ci hanno spinto a richiedere una provvisionale milionaria”. Il notaio, che figura in qualità di socio all’interno del procedimento, ha chiesto, tramite il suo legale Riccardo Micci, di essere giudicato con rito abbreviato. L’amministratore, invece, è in attesa del rinvio a giudizio.