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Scorie nucleari, l'Ispra gela i viterbesi: "Sito necessario"

Simone Lupino
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La mobilitazione contro l’ipotesi di ospitare nella Tuscia il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non si ferma. Se ne è parlato nella trasmissione di Raitre “Fuori Tg”, in una puntata speciale intitolata “Scorie in comune”, con collegamenti e servizi dai territori dei 67 siti ritenuti idonei al progetto, “soprattutto nel Viterbese” ha sottolineato la conduttrice, dove se ne contano 22. Tanti i quesiti per l’ospite in studio, il direttore generale dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) Alessandro Bratti. Claudio da Vignanello, nel cui territorio “sono stati individuati ben 4 possibili siti”, si è soffermato sul fatto che “tutte le aree ritenute idonee insistono su terreni ad altissimo valore agricolo, archeologico e naturalistico, addirittura a poche centinaia di metri da zone a sismicità di fattore. Mi chiedevo se tutto ciò possa influire sulle decisioni future”. 
“Quanto accordo c'è sulla sicurezza di stoccare migliaia di metri cubi di scorie ad alta intensità in superficie per un periodo di 50 anni, in una zona soggetta a sismicità e con caratteristiche vulcaniche?”, è l’interrogativo posto invece da Elisabetta. Mentre Francesco, sempre dalla provincia di Viterbo, ha espresso preoccupazione per la tutela delle risorse idriche: “Nel nostro territorio esistono falde strategiche perché alimentano tutto il territorio di Roma e provincia. Quali sono gli studi e i risultati per destinare su questo territorio scorie radioattive?”. Durante la puntata è stata inoltre ricostruita la storia della centrale nucleare di Montalto, ed è stata ricordata l’iniziativa degli amministratori della provincia che hanno firmato un documento per dire un no secco alle scorie. Rispondendo ad alcune domande, il direttore dell’Ispra ha spiegato che l’iter per la localizzazione del deposito sarà lungo: “Tutto è codificato da un decreto del 2010 che riprende una serie di direttive internazionali e dovrebbe durare circa quattro anni. I criteri adottati sono molti e approfonditi. Ora ci sarà una fase di confronto con gli enti locali, le regioni e i cittadini che durerà diversi mesi. Dopodiché si arriverà alla Cnai, la carta vera e propria delle aree idonee. A quel punto ci sarà una fase di approfondimento di circa un anno e mezzo che dovrebbe portare poi alla proposta di autorizzazione dell’impianto. Queste strutture - ha risposto Bratti sul tema della sicurezza - esistono in tutta Europa. Come ogni infrastruttura ha un impatto, ma sono molto controllate. Inoltre in Italia abbiamo i limiti di esposizione più bassi d’Europa. Nell’ipotesi in cui non si trovasse un accordo sul sito è previsto che venga comunque presa una decisione dal Consiglio dei ministri, perché queste scorie vanno messe in sicurezza. Siamo in ritardo di circa 20 anni”.