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Viterbo, 6 mila firme contro le scorie radioattive

Massimiliano Conti
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Su Internet, nei Consigli comunali, nelle piazze, nei tribunali. All’indomani della pubblicazione della mappa dei comuni candidati a ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari, scatta la mobilitazione generale nella Tuscia, che con 22 siti su 67 (5 su 12 tra i più papabili) è in Italia quella che corre i rischi maggiori. Il sindaco di Bagnoregio Luca Profili ha avviato una petizione, rivolta al presidente Conte, sul sito change.org, che ieri pomeriggio aveva già raccolto 6 mila firme. I sindaci di Corchiano, Vignanello e Gallese, tutti e tre nella lista, hanno invece fatto subito fronte comune per “studiare una strategia di contrasto” contro un’ipotesi che rischia di seppellire, insieme ai rifiuti nucleari, anche le prospettive di sviluppo agricolo e turistico del Biodistretto della via Amerina. La strategia di contrasto passa innanzitutto per le osservazioni. I territori hanno 60 giorni per opporsi al progetto della Sogin, la società statale incaricata di smaltire le scorie. Sono previsti infatti la consultazione e il consenso delle comunità per proseguire ma nessuno dei comuni in lizza, c’è da scommetterci, sarà disposto a diventare la discarica italiana dell’immondizia atomica. In realtà, un comune interessato a prendersi le scorie ci sarebbe: è Trino Vercellese, in Piemonte, prima sede nucleare d’Italia, che da anni ospita un deposito provvisorio e a cui fanno gola soldi e posti di lavoro (4 mila previsti solo nei quattro anni di cantieri). Peccato che Trino non sia sulla Cnapi, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee. Ci sono invece, come detto, ben 22 località della Tuscia, dal litorale ai Cimini passando per la Maremma. E ciononostante la presenza nel territorio di tutte quelle caratteristiche che avrebbero dovuto invece comportarne l’esclusione: vicinanza al mare e rischio alluvioni per quanto riguarda le zone costiere di Tarquinia e Montalto, rischio sismico (vedi alla voce terremoto di Tuscania) e rischio idrogeologico. Senza contare la presenza del radon nell’aria e quella di arsenico nelle acque, come fanno notare i sindaci di Corchiano, Vignanello e Gallese, per dire che in fatto di veleni la Tuscia ha già dato. “I nostri territori – ricordano inoltre Parretti, Grattarola e Piersanti - sono a forte vocazione agricola di pregio e biologica. Stiamo parlando di piccoli borghi la cui sussistenza si basa sulla produzione e promozione di prodotti locali e nel richiamo del turismo di prossimità. Ci chiediamo come le due cose si possono conciliare con siti di stoccaggio nucleare”. I 5 comuni di colore verde smeraldo sulla mappa, quelli più a rischio (oltre ai tre citati, ci sono Montalto e Canino), hanno già preso contatti con l’avvocato Xavier Santiapichi, esperto di problemi ambientali, per presentare le osservazioni. Da parte sua, Danila Annesi, presidente dell’associazione Le mosche bianche, minaccia l’occupazione delle zone destinate ai depositi e “il rifiuto del pagamento di ogni tassa da parte di coloro che vedranno le proprietà agricole danneggiate”.