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Tuscia candidata ad accogliere scorie radioattive

Massimiliano Conti
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Altro che carbone: nella calza della Befana la Tuscia trova quest'anno le scorie nucleari. Ben 22 dei 67 siti candidati a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi sono infatti in territorio viterbese.
Dopo sei anni in cui è rimasta più custodita del terzo segreto di Fatima, nella notte tra il 4 e il 5 gennaio è stata finalmente svelata dalla Sogin, la società incaricata dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari, la mappa delle aree papabili, e tra le province laziali la “Cenerentola” Tuscia è l'unica in lizza. Ma non solo: addirittura sono viterbesi 5 delle 12 zone di colore verde smeraldo, cioè più a rischio delle altre: Montalto di Castro (due localizzazioni), Canino-Montalto, Corchiano-Vignanello e Corchiano. In pratica, considerando solo queste candidature più solide, la Tuscia ha il 41% delle probabilità di diventare la discarica d'Italia dell'immondizia atomica. Le altre zone verde smeraldo si trovano tutte in Piemonte, nelle province di Torino e Alessandria.
Tra i siti viterbesi “meno interessanti” troviamo anche Ischia di Castro, Canino-Cellere-Ischia di Castro, due lotti a Canino, Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Piansano-Tuscania, Piansano-Tuscania, Tuscania, un’altra area a Canino-Montalto, Arlena di Castro-Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Tuscania 1 e 2, Tarquinia-Tuscania, Soriano nel Cimino, Soriano nel Cimino-Vasanello-Vignanello, Gallese-Vignanello, Corchiano-Gallese.
La notizia, riportata ieri mattina da alcuni giornali nazionali, è subito rimbalzata sui social e il virus del Covid per una volta è passato in secondo piano, scalzato dalla sindrome nimby, “non nel mio giardino”. Cittadini, amministratori, parlamentari, consiglieri regionali, associazioni di categoria hanno alzato subito le barricate. Il presidente della Provincia Pietro Nocchi ha convocato per lunedì una riunione in videoconferenza tra i sindaci della Tuscia: ci saranno anche il sottosegretario all'Ambiente Roberto Morassut, l'assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani e il consigliere Enrico Panunzi. “La Provincia di Viterbo, in qualità di casa dei comuni della Tuscia – dice Nocchi - ha ritenuto fondamentale procedere con un incontro per fare il punto su un tema che merita la giusta attenzione e il confronto tra le parti”. “Il Lazio è indisponibile”, ha messo subito in chiaro l'assessore Valeriani, pur apprezzando l'impegno del governo nel porre fine ai ritardi nella ricerca di un deposito unico per lo smaltimento degli scarti radioattivi.
Sulla Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) la Tuscia, va ricordato, è stata sempre presente, ma le indiscrezioni finora erano limitate al solo sito di Montalto di Castro, per il fatto di aver già ospitato sul proprio territorio una centrale nucleare, quella di Pian dei Gangani. Ora, tolto il segreto di Stato sulla mappa, si scopre che le aree “che soddisfano i criteri” sono addirittura 22 tra il litorale, la Maremma e i Cimini. 
Sono stati i ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico qualche giorno fa a dare il “nulla osta” alla pubblicazione della mappa da parte della Sogin. D'altra parte i ritardi avevano già provocato l'apertura a fine ottobre di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea. Per individuare il sito tra i 67 in ballottaggio servirà ancora qualche anno, per costruirlo altri quattro. Inizialmente il deposito ospiterà 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità radioattiva; successivamente ne arriveranno altri 17 mila ad alta attività, che resteranno stoccati per 50 anni, per poi essere interrati in un altro deposito geologico di profondità. L'operazione ha un costo di 1,5 miliardi di euro, che pagheranno gli italiani tramite la bolletta elettrica.
I criteri, di carattere geologico ma anche amministrativo, per individuare i siti erano stati indicati dall'Ispra nel 2014. Tra le altre, sono state scartate le zone vulcaniche, sismiche o interessate da fenomeni di faglia, nonché quelle più a rischio idrogeologico. Strano, viene da dire, visto che la Tuscia in anni recenti non si è fatta mancare nulla tra terremoti come quello di Tuscania (uno dei siti in lista) del 1971, frane e alluvioni disastrose come quelle del litorale. Senza contare che la provincia di Viterbo ospita due grandi laghi di origine vulcanica come Bolsena e Vico. Gli ettari di territorio interessato sono 150, 110 per il deposito vero e proprio e 40 per il circostante parco tecnologico. Il deposito avrà tre barriere protettive, sarà ricoperto da una collina artificiale, da una quarta barriera e da un manto erboso. 
“Le barriere ingegneristiche dovranno garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi per più di 300 anni, ovvero fino al loro decadimento a livelli tali da non essere più nocivi per la salute dell’uomo e dell’ambiente – spiega il Corriere della Sera - . Si tratterà di 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività: 50mila dallo smantellamento degli impianti nucleari italiani e 28mila dalla ricerca, medicina nucleare e industria”. Ora inizia la fase della consultazione pubblica, la prima del genere che si svolge in Italia, che durerà 4 mesi.. Le Regioni, gli enti locali e tutti i soggetti interessati potranno formulare le loro osservazioni e proposte tecniche alla Sogin. A giudicare dalle prime reazioni, la strada per la Sogin e per il governo si preannuncia tutta in salita.