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La verità di Andrea sulla morte di Sestina

Valeria Terranova
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L’8 gennaio Andrea Landolfi, 31enne, ex pugile e Oss, accusato di aver ucciso la compagna, Maria Sestina Arcuri, 26enne, scaraventandola dalla balaustra delle scale dell’appartamento della nonna a Ronciglione la notte tra il 3 e il 4 febbraio del 2019, verrà interrogato dalle parti, davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone. Le ultime udienze sono state contraddistinte dalle diverse visioni degli esperti riguardo la dinamica dei fatti. A giugno è stato sentito il tenente colonnello Paolo Fratini, in merito all’elaborazione dei dati emersi dai rilievi tecnici realizzati il 29 maggio del 2019, tramite la tecnologia laser scanner 3D, che permette di ricostruire lo stato dei luoghi. L’ufficiale ha definito la scalinata “molto pericolosa”, in quanto è suddivisa in due rampe ripide e nella prima parte manca del tutto il corrimano. Gli specialisti del Ris hanno acquisito anche i dati medico legali, riguardo le tre lesioni gravi riscontrate sul corpo della ragazza. Secondo il tenente colonnello Fratini, questo tipo di traumi è attribuibile a una caduta causata da una spinta o da un volo dal parapetto delle scale, concludendo che i due fidanzati non sarebbero caduti insieme.
A settembre, invece, ha testimoniato l’ingegnere Luca Scarselli, esperto in biomeccanica, consulente dagli ex difensori dell’imputato, ma poi inserito nella lista del pm, Franco Pacifici, il quale ha concordato solo in parte con la ricostruzione proposta dai Ris. “Anche io ritengo che da quella scala non si possa rotolare, ma Sestina non è stata spinta e neanche lanciata dal parapetto della scalinata. Non è possibile rotolare giù da quelle scale, per vincoli geometrici e spaziali. Anche se si percorrono in condizioni normali, quei gradini possono essere pericolosi. Credo che la causa della caduta di Maria Sestina sia da ricercare da un’altra parte. Secondo la mia ricostruzione, i due dovevano trovarsi sui primi gradini della seconda rampa, quella più in alto. Questo è dimostrato dalle tracce ritrovate sul muro: una riconducibile ai jeans che la ragazza indossava e un’altra alla suola di una delle scarpe di Landolfi, rilievi accertati anche dai Ris. Inoltre, lo spazio che i due avevano a disposizione per muoversi, cioè tra il muro e la parete del corrimano, è di circa 70 centimetri. Trovo sia improbabile che in uno spazio così ristretto si possa prendere una persona di peso e lanciarla. Anche se la vittima fosse stata spinta giù dal parapetto, sarebbe dovuta cadere perpendicolarmente sul baule accostato alla parete e non vicino al camino, che si trova a due metri da lì – ha spiegato l’ingegnere Scarselli - in più non ci sono tracce di precipitazione lungo quella parete. Mi meraviglia che non siano stati analizzati la cassapanca e gli altri elementi accostati a quel muro e che non siano stati presi in considerazione i segni di attrito lasciati dai jeans e dalla tomaia lungo il muro per valutare la traiettoria della caduta. Prendendo in considerazione il tipo di traiettoria e i vincoli sia geometrici che spaziali, escludo la ricostruzione a cui sono giunti i Ris. Per quanto riguarda, invece, le lesioni riportate dalla vittima, credo che sia caduta all’indietro, urtando con la zona lombo-sacrale, scaricando quasi tutta l’energia, e poi in rotazione abbia sbattuto la testa sullo spigolo del rialzo del caminetto.”
Infine, lo scorso 17 dicembre, è stato interrogato il consulente della Procura, Martino Farneti, specialista in balistica forense, il quale è stato citato dal pubblico ministero a seguito di un video trasmesso parzialmente nel corso di una nota trasmissione televisiva. L’esperto, con i membri della sua equipe, a febbraio dell’anno scorso, ha effettuato alcuni test durante il sopralluogo nell’abitazione di via Papiro Serangeli a Ronciglione alla presenza del medico legale, Massimo Lancia. Il consulente, nel filmato in questione, esclude per tre volte che Maria Sestina sia caduta dall’alto, salvo poi arrivare a conclusioni opposte nella relazione finale. Pertanto è stato incalzato dalle domande dei difensori dell’imputato, gli avvocati Serena Gasperini e Daniele Fabrizi, i quali, al termine della seduta, hanno dichiarato che l’esperto non abbia risposto in maniera esaustiva ai loro quesiti, limitandosi a fare riferimento agli studi svolti successivamente, basandosi su una foto di un soggetto le cui caratteristiche, come l’altezza, il peso e l’età, rimangono sconosciute tanto quanto il modo in cui la ferita riportata dall’individuo in foto sia stata prodotta. Per la difesa, dunque, si tratta di un documento neutro, che non è stato acquisito dalla corte.