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Talete, ultimatum di Bossola ai sindaci

Massimiliano Conti
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Lui e il cda a dimettersi non ci pensano proprio perché al netto delle difficoltà finanziarie, Talete è oggi una società “tra le più efficienti d’Italia”. E se i sindaci stamani non approveranno l’aumento delle bollette idriche del 3%, o decideranno di non decidere, ci penserà l’Arera ad imporre l’adeguamento tariffario in modo da coprire per intero il costo del servizio, così come prevede la legge. Ma i sindaci non pensino di passarla liscia: intanto si esporranno a responsabilità di natura contabile che, parimenti a quelle penali, sono personali. In più diranno implicitamente ad Arera che non credono più in Talete, e quindi tanti saluti ai 40 milioni del fondo di perequazione. E’ risuonato forte e chiaro, ieri mattina nel quartier generale di via Romiti, il messaggio che il presidente di Talete Andrea Bossola e il vice Giuseppe Fraticelli hanno inviato a primi cittadini e politica viterbese alla vigilia della conferenza dell’Ato chiamata, come un anno fa, ad approvare l’incremento delle tariffe. Dopo il benservito ricevuto dal suo stesso partito di riferimento, il Pd, Bossola ha fatto scoppiare in anticipo i botti di fine anno. Il presidente ha esordito con una bordata verso il suo maggiore azionista, il sindaco di Viterbo Giovanni Arena: “Il giorno che sono stato nominato – ha detto – mi sono ritrovato un decreto ingiuntivo da 4 milioni presentato da un socio. Ne siamo usciti ma è stato sintomatico di un clima. Talete ha soci che non hanno capito lo scopo dell’azienda, che è fornire acqua ai cittadini e depurare i loro scarichi. Questo si può fare però se l’azienda può accedere al credito e ha capacità di indebitarsi”. Talete non ce l’ha perché, “con un capitale sociale di 400 mila euro non vai da nessuna parte”. Senza finanziamenti, ha sottolineato Bossola, è stato possibile solo dedicarsi all’ordinario mentre gli investimenti per sistemare acquedotti obsoleti sono al palo. “Già 15 anni fa sostenevo che per mantenere una rete idrica efficiente servono 100 euro ad abitante. In una provincia come questa significa investire 24 milioni l’anno. Se noi ne abbiamo spesi 2-3, al netto dei soldi avuti dalla Regione, è grasso che cola”. Bossola, va detto, non ha svelato nulla di nuovo: sono cose che il manager ex Acea va ripetendo dall’insediamento, così come il fatto che i viterbesi “siano cattivi pagatori”: “Abbiamo un indice di morosità superiore al 20%, tra i più alti d’Italia”. Su questo fronte qualcosa è stato fatto, alcuni contatori sono stati staccati, anche ai morosi eccellenti (alcuni enti pubblici), ha assicurato Bossola, ma ancora lo scorso anno sono mancati 8 milioni su 42 fatturati: “Da quando è nata, Talete ha fatturato 305,8 milioni – ha ricordato - e ne ha incassati 260,7. Mancano 45 milioni”. Quanto al verdetto tranchant della Corte dei conti, secondo cui Talete è una società decotta, fotografa una situazione di qualche anno fa, hanno chiarito presidente e vice. Morosità e mancanza di credito a parte, la spa “non ha problemi economici, i bilanci sono in equilibrio”. Quindi gli avvertimenti ai sindaci, quelli che oggi dovranno ratificare l’aumento delle tariffe “l’equivalente del costo di un caffè al giorno per una famiglia media”: “C’è una norma europea che si chiama full cost recovery, ovvero copertura totale dei costi con la tariffa”. Ergo: se i sindaci non approvano o traccheggiano, Arera ha facoltà di adottare i poteri sostitutivi, fermo restando che chi viene meno ai suoi doveri di regolatore locale poi ne risponde personalmente, come ha chiarito il vice di Bossola, l’avvocato Fraticelli. “Non faccio politica, non sono attaccato alla poltrona né allo stipendio – ha concluso il presidente - e se c’è qualcun altro pronto ad prendersi questo fardello, ben venga. Purché i soci di Talete spieghino cosa fare. O magari qualcuno che fa politica a livelli alti provi a immaginare percorsi diversi perché il piccolo sul mercato non sopravvive. Bisogna farsi grandi”. E chi c’è, nel Lazio, più grande di Acea? Così il matrimonio d’interesse, che per la grillina Virginia Raggi all’epoca non s’aveva da fare, torna ad essere più di un’ipotesi.