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Armi illegali, in carcere i fratelli Pira

Alessandro Quami
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Carcere per i fratelli Pira, pastori sardi di Farnese. Marco è stato portato nella casa circondariale di Civitavecchia e Paolo a Velletri. L'accusa è possesso illegale di armi, nello specifico un fucile da caccia e alcuni proiettili. Sabato mattina è stata eseguita la custodia cautelare per i due, già noti alle forze dell’ordine. Domani mattina ci sarà l’interrogatorio di garanzia, in videoconferenza. 
Al termine delle prime indagini, iniziate nel maggio 2020, la procura di Viterbo ha chiesto al gip Rita Cialoni la custodia cautelare. Il giudice per le indagini preliminari ha rifiutato l’ampio ventaglio di ipotesi di reato, dicendo sì solo alla detenzione clandestina di armi e munizioni. Il sospetto del pubblico ministero Massimiliano Siddi è che il fucile ritrovato possa essere un mezzo per potenziali delitti di maggiore entità. 
In ogni caso, i carabinieri del nucleo operativo radiomobile di Tuscania, con l’aiuto di altri colleghi e del nucleo cinofili, hanno eseguito l’ordinanza del gip nelle prime ore del 12 dicembre scorso. 
I due, un 40enne e un 49enne, entrambi residenti a Farnese, sono stati arrestati dopo che, nella perquisizione domiciliare e nei luoghi di loro pertinenza, è stato rinvenuto un fucile illegalmente detenuto, con matricola abrasa, con dentro due cartucce: altre otto sono state trovate a bordo delle loro auto. 
Da tempo i due allevatori - che sono difesi dagli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli - erano sotto il mirino degli inquirenti.
In attesa che ci siano possibili sviluppi nell’indagine, c’è da ricordare come i due fratelli siano saliti agli altari della cronaca più di cinque anni fa. Era il 28 luglio 2015 quando Antonio Pira e i due figli Marco e Paolo furono arrestati dai carabinieri nell’ambito dell’operazione Terra madre. Si tratta del procedimento penale basato su varie accuse: atti persecutori, furti aggravati, abigeato, detenzione e porto abusivo di armi clandestine. Ma la notizia che allora fece più clamore fu quella legata all’ex sindaco di Farnese Dario Pomarè, che secondo la procura rimase vittima di intimidazioni da parte dei tre: un’automobile e un trattore dati alle fiamme, decine e decine di alberi tagliati, due cani uccisi e un casale bruciato. 
Per gli allevatori, l’ex sindaco si era macchiato della colpa di aver fatto approvare la riforma che regolamentava i terreni a uso civico. Un atto comunale che li avrebbe costretti a perdere molti ettari di terreno che usavano per il pascolo. 
Dopo gli arresti, il rinvio a giudizio del gup Savina Poli: il 4 ottobre 2017 i tre furono rinviati al dibattimento che si è aperto il 30 gennaio 2020 davanti al giudice Silvia Mattei. Nell’udienza, il giudice ha dato incarico a un perito di trascrivere le intercettazioni utili al processo. E l’accusa ha chiesto di acquisire il fascicolo fotografico dell’incendio del motocoltivatore e del casolare. L’ex sindaco Pomarè si è costituito parte civile.
La prossima udienza è stata fissata per il 15 gennaio 2021.