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Belcolle, primario di terapia intensiva: "Reparto sotto stress"

Massimiliano Conti
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Un corridoio provvisto di grandi finestroni con vista sul dolore. Smartphone e tablet per un contatto - dove possibile - visivo, anche se a distanza. Un numero telefonico interno per comunicazioni urgenti. E’ così che nel reparto di terapia intensiva di Belcolle vengono gestiti i rapporti tra personale sanitario, familiari e ricoverati in quella che è allo stesso tempo l’anticamera e la camera dell’inferno Covid, prima linea della guerra al virus, che in questa seconda ondata sta colpendo la Tuscia: a ieri mattina 11 dei 12 posti erano occupati. A descriverla è il dottor Alberico Paoletti, dirigente del reparto, in risposta anche alle proteste di molti familiari, l’ultima quella di una ragazza, Giorgia, che ha scritto una lettera disperata ai giornali perché da un mese non vede la madre ricoverata in terapia intensiva e fatica ad avere notizie sul suo stato di salute. “Almeno una volta al giorno - spiega Paoletti - diamo notizie aggiornate ai parenti: c’è un collega che si occupa di questo. All’occorrenza diamo ai familiari più apprensivi la possibilità di contattarci su un numero di servizio interno al reparto”. Il primario non nasconde il dramma dell’isolamento dei ricoverati ma assicura che a Belcolle si fa il possibile per alleviarlo: “Mattina e pomeriggio, a orari definiti, è possibile per i familiari accedere in modo scaglionato per evitare assembramenti a un corridoio laterale con finestroni che danno sul reparto. Inoltre, ai pazienti non intubati forniamo tablet e smartphone per videochiamare i propri cari". Paoletti è forse l’uomo che più di tutti ha il polso dell’emergenza Covid: “Il reparto è sotto stress, anche perché il calo dei ricoveri si registra dopo quello dei contagi. Abbiamo in totale 12 posti di terapia intensiva Covid, stamattina (ieri, ndr) quelli occupati erano 11. Poi abbiamo trasferito una ragazza in sub-intensiva e sono diventati 10”. A questi 12 posti vanno aggiunti altri 7 di terapia intensiva non Covid mentre altri 7, all’occorrenza, possono esserne attivati all’interno del vecchio blocco operatorio. Preoccupa l’abbassamento dell’età media dei ricoverati - “siamo intorno ai 50 anni, mentre nella prima ondata era di oltre 80” -, e preoccupa anche la percentuale di coloro che finiscono intubati: il 50% dei ricoverati in terapia intensiva, in linea con i dati del Lazio. L’altra metà viene assistita attraverso una ventilazione non invasiva (i famosi caschi Cpap) o cannule nasali. “Gli intubati vengono sedati e pronati da un minimo di 12 a un massimo di 16 ore (l’operazione richiede almeno 5 persone, ndr) - continua Paoletti - mentre i pazienti che tollerano il casco certo non possono leggere il giornale, ma il telefonino per passare il tempo riescono a usarlo”. Di certo le giornate per i ricoverati non sedati sono interminabili: “Il personale fa il possibile per dare loro supporto e assistenza psicologica - è sempre il primario che parla -. Per fortuna sono state fatte molte assunzioni e abbiamo un gruppo di giovani infermieri validissimo, il quale gioca un ruolo fondamentale”. Dirigere un reparto Covid, confida Paoletti, “è un’esperienza che segna”. “Anche io ho preso il Covid, non in ospedale ma a casa, e sono dovuto rimanere lontano dal reparto per venti giorni. Pur stando in contatto costante con il personale mi sentivo impotente, perché il capitano di una neve deve restare sempre a bordo. Ho visto la sofferenza, ho visto come le condizioni possono peggiorare repentinamente. Chi nega il Covid dovrebbe venire a vedere”.