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Coronavirus, Lazio in fascia gialla ma ci sono dubbi sul conteggio dei positivi

Evandro Ceccarelli
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Da un lato, la narrazione della Regione, che descrive il modello Lazio nella lotta al Covid come uno dei più efficienti del Paese. Dall’altro, i numeri dei contagi che arrivano dalle province, come Viterbo e Rieti, che mostrano da settimane una situazione letteralmente fuori controllo. Da una parte, il valore dell’Rt a 1.04 ufficializzato sabato dall’assessore alla sanità, Alessio D’Amato. Dall’altra, la vicenda delle centinaia di tamponi persi, e poi recuperati, che a Rieti hanno consegnato, la settimana scorsa, altrettanti positivi in più di cui non s’era fatta menzione nei bollettini diffusi fino al 10 novembre. Sullo sfondo ci sono le storie dei malcapitati che vengono presi in carico dagli ospedali: ore di attesa dentro le ambulanze fuori i pronto soccorso, posti che non si trovano, un medico, e uno o due infermieri, per 15 o 20 persone, che respirano con grande difficoltà, tutte ammassate nella stessa corsia.

Scene di una pandemia in un territorio - il Lazio, appunto - saldamente collocato in fascia gialla, ma, a detta di molti, con dubbi requisiti. E’ stato il quotidiano la Repubblica ad accendere un riflettore sul metodo adottato per calcolare l’andamento dei contagi a Roma e nelle altre quattro province.

Il punto, ha spiegato il giornalista Daniele Autieri in un articolo pubblicato venerdì 13, dal titolo “Il balletto dei tamponi, ecco perché il Lazio resta in zona gialla”, è che “il numero dei tamponi e quindi dei positivi viene calcolato secondo criteri diversi da quelli applicati dalla maggior parte delle altre regioni italiane. Proprio il Lazio, insieme al Piemonte, è l’unica regione che, nel caricamento giornaliero del numero dei nuovi positivi sulla piattaforma dell’Istituto superiore di sanità, conteggia tanto i tamponi molecolari quanto i test antigenici. Si tratta di una richiesta che il ministero ha avanzato nelle scorse ore, sulla quale però la Regione Lazio si è avvantaggiata da molto tempo con la conseguenza di far saltare le regole del confronto tra regioni sul numero di positivi e soprattutto sul rapporto tra tamponi effettuati e contagiati”.

Nel Lazio, spiega ancora Repubblica, rispetto alla media giornaliera di tamponi rilevati, circa il 60% appartiene alla famiglia dei molecolari, mentre il 40% rientra tra gli antigenici: “Il numero degli antigenici finisce quindi per pesare in maniera significativa nel conteggio generale, concorrendo ad abbassare in maniera significativa il tasso di contagio. L’assenza di una direttiva nazionale che uniformasse le prassi, ha permesso alle regioni di muoversi in ordine sparso e al Lazio di tenere dentro al numero totale dei tamponi anche i test rapidi. Aumentando il numero di test fatti rispetto al totale dei positivi riscontrati, il risultato è stato quello di abbassare il tasso di positività, concorrendo a difendere l’invidiato status di regione gialla”.

In verità, lo Spallanzani ha spiegato che nel conteggio sono stati considerati solo gli antigenici più affidabili, “tuttavia - nota Repubblica - la prassi rimane insolita rispetto ai modelli seguiti dalle altre regioni. E l’impatto di questa decisione è facilmente comprensibile analizzando i dati: se si prende come giorno tipo il 5 novembre, il Veneto ha dichiarato 16.000 tamponi molecolari con 3.200 nuovi contagi. Nello stesso giorno il numero dei tamponi trasmesso nel Lazio era pari a 30.000 per 2.700 contagi. Un dato che però teneva dentro oltre 10 mila tamponi antigenici che il Veneto non aveva conteggiato. Risultato: la percentuale di nuovi positivi nella regione del Nord era doppia rispetto a quella laziale”.

E’ “su questa sorta di equivoco che si gioca tutta la disomogeneità dei numeri e di conseguenza dei giudizi che offrono oggi al Lazio l’occasione di raccontare la storia di una regione modello. Una narrazione - conclude Repubblica - che inciampa sulle testimonianze di chi è chiamato a vivere l’odissea dei drive in e, se più sfortunato, il girone infernale degli ospedali”.

C. E.