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Lazio zona gialla, ma rischia la tenuta del sistema sanitario

Massimiliano Conti
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Nelle tre aree di rischio in cui l’ultimo Dpcm ha suddiviso l’Italia, il Lazio occupa per il momento la fascia gialla, quella a rischio più basso, e scampa quindi alle nuove restrizioni che stanno per abbattersi su milioni di cittadini italiani. Ma quanto durerà? Se lo chiedono in molti, anche nelle stesse stanze di via Cristoforo Colombo, dove convivono realisti e ottimisti: tra i primi c’è a quanto pare l’assessore regionale alla sanità, Alessio D’Amato, che da tempo auspica misure più severe (avrebbe voluto la didattica a distanza in tutte le scuole superiori laziali già da settimane) e che, stando ad alcuni organi di stampa romani, martedì avrebbe accolto con dispiacere la notizia dello “scampato pericolo”, ovvero l’inserimento del Lazio nella zona gialla - alla luce dell’aumento dei ricoveri nei reparti di terapia intensiva e della pressione sui pronto soccorso, sempre più a corto di posti letto e ormai sul punto di esplodere. Tra i secondi c’è invece il presidente Nicola Zingaretti, sondaggi alla mano ormai azionista di maggioranza relativa del governo Conte in qualità di segretario nazionale del Pd, che può così farsi vanto del “modello Lazio”. Il rischio nella nostra regione è infatti ancora moderato, non tanto per l’Rt, che nell’ultimo report della cabina di regia, era a quota 1,51, quindi di fatto in zona “arancione”, ma per alcuni degli altri 21 indicatori: il tracciamento, che per ora sembra funzionare (con eccezioni come quella di Viterbo); le diagnosi, che reggono nonostante le lunghe code ai drive-in; i ricoveri in terapia intensiva, ancora sotto il livello di guardia. 
I segnali negativi, che nei prossimi giorni potrebbero mutare radicalmente lo scenario, però non mancano: intanto ci sono 16 comuni sul territorio regionale di fatto già in zona rossa: da Viterbo a Frosinone, da tutta la cintura intorno al lago di Bracciano (Anguillara, Campagnano ecc) alla Sabina Romana (Fiano, Sacrofano). Sorvegliata speciale è anche la zona dei Castelli Romani, a sud della capitale (la quale per ora ha invece retto l’urto). Prima di prendere decisioni su queste aree, la Regione sta cercando di capire se funzionano le restrizioni già attivate in anticipo l’8 ottobre a Latina: bar e pub chiusi a mezzanotte, massimo 4 persone ai tavoli, ecc. Nella provincia pontina i casi sono sì in aumento ma in numero sensibilmente inferiore rispetto a Viterbo e a Frosinone. 
Tra gli indicatori che preoccupano l’assessore D’Amato, ma soprattutto tanti medici e in genere tutti gli operatori sanitari che ogni giorno combattono sul campo questa battaglia, c’è poi anche il tasso di saturazione con pazienti Covid dei reparti di area medica, già da alcuni giorni sopra la soglia critica del 43%.
“Siamo consapevoli che si è creata una situazione di difficoltà - ha dichiarato D’Amato - perché stanno arrivando moltissimi pazienti Covid negli ospedali. Stiamo già potenziando l’offerta, arriveremo a seimila posti letto”. Secondo le previsioni dell’assessorato regionale presto negli ospedali laziali un paziente su tre ricoverato sarà per Covid-19. Numeri che fanno tremare i polsi.
La Regione punta a potenziare pertanto l’assistenza domiciliare. E' di ieri un duro atto d'accusa della Cisl, secondo cui il mancato potenziamento della medicina sul territorio ha portato a intasare gli ospedali laziali. D’Amato sta cercando di coinvolgere i medici di base perché curino il più possibile i loro pazienti a casa. Sul fronte diagnostico, il Lazio ha puntato molto sui test rapidi antigenici, dei quali c’è chi però mette in dubbio l’attendibilità, come il microbiologo Andrea Crisanti. Nonostante molte resistenze iniziali, la Regione ha dato ora via libera ai test molecolari anche nei laboratori privati: 11 quelli che hanno presentato la loro candidatura per eseguire i tamponi a prezzo calmierato, previa verifica dei requisiti da parte dell’Istituto Spallanzani.