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Lavoro nero, aziende agricole in fuga dai controlli

Simone Lupino
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Sono solo 96 le aziende della Tuscia iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Il dato è aggiornato al 18 giugno. “Un numero troppo basso – ha detto l’assessore regionale Claudio Di Berardino – considerando il fatto che in provincia di Viterbo sono presenti 11.094 imprese agricole”.  Se ne è parlato alcuni giorni fa durante un incontro in videoconferenza organizzato della Rete antitratta della Tuscia per presentare la legge regionale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura. “Un appuntamento propedeutico – ha spiegato Sergio Giovagnoli dell’Arci - a un’iniziativa che si svolgerà in autunno, un momento di confronto nel nostro territorio con tutti gli attori pubblici e privati che hanno a che fare con questa tematica”.  “Le imprese agricole registrate nel Lazio sono 44.039 – ha spiegato l’assessore Di Berardino -. Di queste 12.878 si trovano a Roma e 11.094 a Viterbo. La Tuscia è seconda nel Lazio. Ma qui sono solo 96 le aziende iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità”. Si tratta di un registro presso l’Inps di aziende che si distinguono per il rispetto delle norme sul lavoro. Ovviamente non significa che le altre non siano aziende virtuose. Per farne parte bisogna presentare una domanda e rispettare determinati requisiti. Esserci è una garanzia in più: “Visti i numeri, a settembre faremo un incontro con le direzioni Inps del Lazio, questa attività va rilanciata”, ha promesso Di Berardino. L’assessore ha fornito inoltre i dati sui contratti di lavoro in agricoltura: “Solo il 10 per cento ha un contratto a tempo indeterminato. Il settore, inoltre, è caratterizzato da una forte incidenza del lavoro straniero: in dieci anni la percentuale è triplicata, passando dal 10,30 al 38 per cento”.  Invitata all’incontro anche la direttrice dell’ispettorato del lavoro di Viterbo Elda Gente Magnani: “Da tempo – ha detto – siamo coinvolti nella lotta al caporalato. Sono state organizzate varie campagne, ma è molto difficile far emergere queste situazioni, i lavoratori sono intimiditi, non denunciano facilmente, non sono disponibili a esporsi e questo ci penalizza”.
‘‘Lo sfruttamento non si è fermato neanche durante il lockdown - ha sottolineato invece la consigliera regionale Marta Bonafoni – anche perché durante questo periodo la capacità di controllo si è notevolmente depotenziata”.
All’incontro hanno partecipato anche Cgil, Cisl e Uil. Tra le realtà che compongono la Rete antitratta della Tuscia hanno parlato invece Ada Tomasello dell’Usb e Alberto Valentini, presidente di Slow Food Vierbo e Tuscia. “Ci sono alcune aziende - ha denunciato la sindacalista - che non rispettano i diritti dei lavoratori ma continuano a percepire finanziamenti pubblici”. Tomasello ha chiesto quindi “controlli su come vengono impiegate queste risorse dai beneficiari”. Per Valentini, infine, bisogna promuovere sul mercato con specifiche azioni di marketing le imprese che si comportano in maniera onesta. “Imprese che dovrebbe essere premiate anche dai bandi pubblici”, ha concluso.