Il potere dei soldi: vero o falso?

3 agosto 2013

03.08.2013 - 14:55

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Il titolo di una famosa pellicola evidenziava, in modo assolutamente autocelebrante, la circostanza che da molti è oggettivamente riconosciuta ovvero: il denaro genera potere. Oggi, alla luce di quanto accade ed è accaduto, nel nostro Paese in modo piuttosto eclatante, ci poniamo una necessaria domanda: è vero che chi genera, intermedia e possiede denaro è veramente potente ovvero ci sono elementi e circostanze non economiche che pur non avendo nulla (o poco a che fare con i soldi), tuttavia, producono un potere ben più grande del denaro e, soprattutto, in qual modo questi eventuali maggiori poteri sono gestiti?
L'Italia ha subito una forte evoluzione economica a partire dal secondo Dopoguerra. Chi, come noi, affonda le radici familiari nel salariato, non può non ricordare quanto fosse complicato, solo quarant'anni or sono, vivere in condizioni scaturenti da redditi da lavoro dipendente agricolo che erano al limite della sopravvivenza. In quei contesti tutto era assolutamente complicato: dal costruire una famiglia allo svilupparla attraverso la procreazione, fino al far crescere i figli e dare loro una adeguata cultura.
Tutto ciò era tanto vero che, allora, istituzioni importanti come la Chiesa davano un enorme contributo alla crescita ed allo sviluppo culturale dei figli delle famiglie di agricoltori. Quante vocazioni inventate davano l'opportunità a giovani brillanti di frequentare scuole classiche e di acquisire la cultura necessaria ad affrontare il mondo del lavoro nelle modalità opportune. Poi venne il periodo del boom economico. Dalla metà degli anni Sessanta in poi, il nostro Paese conobbe una rapida ascesa, un repentino processo di industrializzazione ed un rapido trasferimento delle masse lavorative dalle campagne alle città, dalla terra alla fabbrica.
Nacque e rapidamente prolificò la cultura dei media, dei giornali, della radio ed infine della onnipresente televisione. Iniziava un inesorabile processo di falsa cultura che molti illuminati sociologi (o almeno così credevano di essere) celebravano come di enormi dimensioni che nominava il dio denaro come primo e supremo elemento della vita di ciascun individuo. Da quel momento (eravamo più o meno negli anni '70) un rapido e disgregante (ad avviso di chi scrive)mutamento ebbe luogo. La cultura, l'arte e la scienza che nel nostro Paese imperavano furono sostituite dal potere del denaro e dalla conseguente ignoranza, arroganza, cattiveria e faciloneria che la cultura e l'adulazione del denaro portano.
In alcuni decenni abbiamo assistito a scene patetiche di ogni tipo da quelle di tipo consumistico in cui ogni famiglia italiana, per poter essere considerata nella società doveva avere auto di lusso, portare vestiti di marca, fare vacanze in luoghi ameni e chi più ne ha più ne metta fino al totale sgretolamento della cultura con episodi nei quali incarichi di rilievo venivano (e lo sono ancora) assunti da semianalfabeti che, con la logica dell'appetito che vien mangiando, hanno pian piano aspirato (senza averne alcun merito) a posti di rilievo sempre maggiore con un'arroganza tipica solo di chi non può mettere altro in campo e con una cattiveria ed un disprezzo per l'uomo mai visti.
Tutti i valori sono, nel contempo, andati in crisi: rispetto dei ruoli, cultura, conoscenza, altruismo, tutto pian piano è stato spazzato via insieme agli oratori ed ai seminari che sono stati sostituiti da palestre e centri di bellezza i primi e da Università (o pseudo tali) telematiche i secondi. In un contesto come quello descritto, tuttavia, sono accaduti alcuni fatti non previsti e non controllati. L'ignoranza, la mediocrità e l'arroganza della classe politica, dei partiti e delle associazioni sindacali ha generato e pian piano fatto crescere in misura smodata la nuova classe dei giornalisti, quella degli inquirenti e quella dei valutanti. Tre tipologie contenute nei principi costituzionali (la nostra Costituzione fu fatta non dimentichiamocelo mai dopo un ventennio di dittatura) che volevano stigmatizzare fortemente principi di libertà ed equità tra gli uomini oltre che di assoluto rispetto per il sano sviluppo economico di un Paese che usciva da due tremende guerre mondiali. L'ignoranza e la supponenza di coloro che non hanno saputo leggere nella nostra carta costituzionale certi valori e principi hanno fatto in modo che le tre tipologie crescessero e che si moltiplicassero divenendo, pian piano, il vero coacervo di potere di questo Stato in cui i vertici sono fragili e, soprattutto, quasi tutti intimoriti.
Perché, ci domandiamo ogni giorno, si parla solo di inchieste giornalistiche? Com'è possibile che i media trasmettano quotidianamente programmi di tuttologi che si permettono di entrare in ogni tipo di argomentazione e dissertano e pontificano laddove una volta erano specialisti delle diverse materie, in modo sommesso, a farlo? Semplice: perché questi signori collaborano di fatto con il potere giurisdizionale dello Stato, inducendolo sempre più spesso alle mosse di tipo indagatorio ed alle scelte di tipo inquisitorio e requisitorio; perché per ogni uomo dell'economia che assume la benché minima scelta c'è un giornalista nell'angolo che lo subissa di telefonate volendo avere in anteprima la notizia al fine arrivare primo senza minimamente valutarne (o valutandole per il peggio) le conseguenze; perché taluni uomini che operano in posti importanti sono assetati di notorietà e farebbero qualunque cosa pur di essere citati in un media. Tutto questo accade perché è morta la giustizia, perché è morta la cultura, perché è morta la verità e perché il male sta sovrastando il bene.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale nell'Università degli studi di Roma Tre

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