Cooperativa e banca: un binomio ancora applicabile?

30 marzo 2013

30.03.2013 - 14:20

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La forma giuridica della società cooperativa, applicata alle banche, risale a molti decenni fa. Come in una serie di altre realtà imprenditoriali, nella quale tale forma giuridica consente ai soci di avere modalità e condizioni migliori rispetto a quelle offerte dal mercato attraverso le tipiche società di persone e/o di capitali, così nelle banche che pure rappresentano la modalità economica tipica per un regime capitalistico, alla fine dell’800, taluni illustri uomini che si occuparono sia di economia che di politica, importarono tale modello dalla Germania, Paese, nel quale tale tipologia era già applicata. In Italia, già da allora, si dette luogo al cosiddetto modello delle banche popolari dalle quali, successivamente, promanarono le species che, dapprima, vennero denominate Casse rurali ed artigiane e, solo molto tempo dopo, ai giorni nostri, Banche di credito cooperativo. La base strutturale di entrambe tali tipologie non differisce, ci troviamo, infatti, di fronte ad istituti di credito in cui la forma cooperativa della società rende le stesse legate ad un territorio, normalmente e con una forte componente personale rispetto a quella di tutte le altre tipologie di banche in cui è il capitale e chi lo possiede a predominare. Nel tempo tra le due tipologie di cooperative precitate, si è posta in essere una sempre più marcata differenziazione specie di carattere dimensionale, laddove le popolari sono cresciute di valore e calate in termini di numero di unità, viceversa, le banche di credito cooperativo, sono calate in termini di valore (raccolta, impieghi, ecc.,) e cresciuti in termini di numero. Per la seconda fattispecie, si contano, un numero veramente enorme di piccole banche di credito cooperativo, disseminate in tutto il territorio con caratteristiche pressoché comuni: ovvero piccole in termini di entità capitale ma anche in termini di ramificazione tipica delle aziende divise quali sono le banche ovvero un numero molto ridotto di sportelli. Abbiamo motivo di ritenere, in relazione all’esperienza che abbiamo fatto in materia che, nell’ipotesi delle banche di credito cooperativo, il binomio successo/cooperativa e, di conseguenza, piccola entità siano assolutamente coniugabili. Con ciò intendiamo dire che la funzione tipica svolta, in termini di pubblica utilità, da parte di questi piccoli istituti di credito sia veramente notevole. Le piccole e micro banche in questione accompagnano i micro e piccoli imprenditori con micro e piccoli prestiti. Questo consente loro, naturalmente, di frazionare rischio di perdita del denaro prestato al massimo, di accompagnare una categoria di imprese la cui sopravvivenza è spesso molto labile, di esercitare, sulle stesse, una preziosa, costante attività di monitoraggio e di consulenza attraverso il quotidiano rapporto che i direttori di filiale svolgono nel continuo rispetto alle imprese di minori dimensioni. Il modello, quindi, funziona perfettamente anche, laddove, le stesse (che oggi in Italia rappresentano un numero veramente ragguardevole), al fine di creare economie di scala nei costi sostenuti per i servizi necessari a prestare la loro attività, si consorziano e creano strutture che possano essere utilizzate da tutte le banche ad esse appartenenti (si pensi ai centri elaborazione dati). Diversa è la situazione se si passa alle banche popolari. In Italia ne sono rimaste veramente poche (16 in tutto). Operazioni straordinarie e vicissitudini di vario genere le hanno notevolmente ridotte, dando luogo a banche di dimensioni notevoli che occupano i primi posti nelle graduatorie dimensionali delle banche italiane (si pensi che dopo Unicredit, Intesa e Monte dei Paschi di Siena troviamo una banca popolare). Molte di loro sono quotate e tale ultima caratteristica che va di pari passo con la dimensione è tale da far porre il serio dubbio del funzionamento del binomio cooperativa/banca. Se a ciò si aggiungono altri elementi, ovvero il voto capitario (un voto per ciascuna testa in assemblea) e le varie associazioni nate qua e là al fine di controllare le assemblee (senza alcun dichiarato patto di sindacato) e per nominare, quindi, la governance e poter controllare tutte le prime linee dell’assetto organizzativo, allora, a nostro sommesso avviso, il citato binomio più che essere una forma di ausilio per banca ed imprese rischia di divenire un problema. Ciò specie in tempi di crisi, come quella attuale, in cui, molte banche (in realtà la quasi totalità) chiudono con ponderose perdite che presuppongono ricostituzioni del capitale necessarie e, spesso, giustamente imposte dall’organo di vigilanza. Ed allora, di fronte a tale tipologia di problema sarà necessaria una seria riflessione che consenta di evitare, soprattutto da parte delle comunità locali che sostengono con forza la forma cooperativa attuale per le popolari, di porre in essere un processo di ripensamento e rivisitazione al fine di poter individuare modelli che possano, nel contempo, continuare ad utilizzare le forme mutualistiche utili a comunità ed imprese operanti nella stessa ma che rispettino le necessarie regole del gioco del mercato dei capitali e della necessità per ciascuna impresa (specie per le banche) di mantenere un adeguato livello di capitale proprio potendo raccogliere, lo stesso, agevolmente ed in quantità sufficiente sul mercato.

Mauro Paoloni
ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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