Nel Paese una rivoluzione politica ed economica? Forse

23 marzo 2013

23.03.2013 - 14:57

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l concetto di rivoluzione, com’è noto, viene molto utilizzato sul piano teorico e, molto meno spesso, per fortuna, praticamente. A volte, anzi ultimamente sempre più spesso è frutto di metafore che lo traslano anche su assetti, come quelli economici che sono meno avvezzi alla sua applicazione. L’utilizzazione pratica di tale concetto è da ricondurre, almeno nelle aree geografiche evolute sul piano socio- economico, a lontani periodi della storia, quando le dittature erano presenti in molti paesi e, soprattutto, quando il benessere economico era considerato solo un’utopia. Il nostro Stato, negli ultimi decenni ha subito un primo processo rivoluzionario, seppure non violento, nell'anno 1992, allorché venne spazzata via un'intera classe politica per motivi che erano legati ad aspetti tipicamente economici che si basavano sul benessere di una classe sociale ottenuto a carico dello Stato e, quindi, di tutti i suoi appartenenti. In realtà, se visto il fenomeno con un’analisi più attenta, la gran parte dei cittadini ottennero una sorta di indiretto beneficio da tale cambiamento economico-sociale, dovuto all'innalzamento del tenore di vita e, conseguentemente, del potere di acquisto di ciascuno di loro. In buona sostanza, una classe politica con uno spessore culturale di ottimo livello e con una cognizione notevole dei meccanismi statuali aveva posto in essere una serie di modalità fraudolente che riuscivano a dirottare denaro pubblico verso destinazioni non proprie che, a sua volta, tuttavia, finivano nelle tasche dei cittadini perbene attraverso la macchina dell'impresa. Tutto ciò, è indubbio, creava benessere e, soprattutto, allargava le sacche di soggetti che da situazioni economiche modeste, salivano verso posizioni molto più edulcorate e bramate. Il problema relativo al modo con cui veniva implementato il benessere fu, giustamente, oggetto di attente valutazioni da parte degli organismi appositamente preposti a ciò, da parte delle nostre norme costituenti e si giunse ad una veloce disgregazione di tale meccanismo con un naturale cambiamento che, almeno in quel momento, parve essere migliore rispetto a quello precedente. In realtà nacque la famosa (o forse meglio famigerata) Seconda Repubblica che dette I nativi ad una serie di nuovi uomini politici con caratteristiche le più disparate, nuovi ma, a nostro modesto avviso, molto peggiori rispetto ai loro progenitori. La motivazione di tale asserzione? Facile a nostro avviso. Taluni furono gli allievi di quelli della prima repubblica, in realtà sarebbe meglio definirli come seconde linee e si sa bene che quando uno non è in prima linea ciò è dovuto al fatto che non ha spazio e, forse non ha anche caratteristiche per poterci stare. Già perché se c'è una grande colpa da attribuire a tanti uomini di grande spessore operanti nella Prima Repubblica è quella di non aver voluto far crescere I nuovi. Sembrava ci fosse un disegno apposito per non creare e far crescere una classe dirigente nuova quasi come se certi signori fossero immortali. La Seconda Repubblica per ovvie ed evidenti ragioni partì zoppa, si prospettavano soggetti senza alcuna cognizione del mondo politico a cui si aggiungevano novelli Savonarola e grandi illuminati cresciuti in un mondo (quello della Prima Repubblica) in cui il loro modo di fare impresa si basava su metodologie pseudo-duo politiche accompagnate da un sistema finanziario addomesticato e servente. Il resto è storia nota. Ci troviamo di fronte ad una nuova rivoluzione con annessa caduta dell'Impero (Seconda Repubblica) che ha visto la scomparsa di nomi e volti noti anzi notissimi, l'affossamento di tutto ciò che viene ritenuto vecchio non tanto e non solo in termini anagrafici quanto, piuttosto in termini di pseudo permanenza nei posti di potere che i nuovi rivoluzionari che si avvicendano nei ruoli con cadenze temporali limitatissime al fine di evitare prese di potere pericolose, vedono come fumo negli occhi. Il tutto condito con un (anzi due) guru che urla a mo' di venditore di pentole nelle piazze e che si improvvisa in show che attirano migliaia di soggetti che, purtroppo, non hanno più nulla a cui potersi attaccare se non ad una rivoluzione che si esercita non con I forconi ma con il dissenso gridato. Tutto ciò sarà sicuramente il ponte per un cambiamento, purtroppo, la situazione economica non è certo quella presente all'atto della caduta della Prima Repubblica. Oggi la gente che vive sotto soglia (ovvero al limite della povertà) è aumentata in modo esponenziale (si parla di quasi dieci milioni di persone) e le imprese di ogni ordine e grado, muoiono come formiche calpestate da una potente macchina schiacciasassi che procede inesorabile. Forse converrà domandarsi se non stia cambiando il mondo, se non dovremo tornare ad un regime di maggiore morigeratezza negli usi e costumi economici di ciascuno di noi e forse non sarà un caso se il nuovo Papa della chiesa cattolica abbia scelto di chiamarsi Francesco e non Francesco Saverio perché gesuita ma Francesco il poverello d'Assisi.

Mauro Paoloni
Ordinario di economia aziendale
all’università di Roma Tre

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