L'evasione fiscale italiana: numeri veri o numeri al lotto?

23 febbraio 2013

23.02.2013 - 14:36

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La campagna elettorale, in questi ultimi giorni, impende in modo a dir poco elettrizzante. I candidati dei diversi schieramenti sono presi a raccontarne, ogni giorno, una più grossa dell'altro al fine di rendere più roboanti le loro affermazioni. Ognuno di loro promette atti e fatti che sono a dir poco sconcertanti se inquadrati in contesti realistici ed in modalità gestionali che abbiano qualcosa di appena sensato in termini economici. Un argomento di matrice comune. Tuttavia, lo abbiamo più volte ascoltato ed è quello della lotta all’evasione fiscale. E' un cavallo di battaglia della pressoché generalità dei candidati e rappresenta, a nostro modesto avviso, l'elemento delle entrate pubbliche che viene tirato in ballo tutte le volte che, volendo ridurre altri tipi di entrate (tipicamente quelle derivanti dalla pressione fiscale che ha ormai raggiunto livelli incredibilmente alti) trova il tappo in altrettanti introiti derivanti dal recupero delle imposte evase. Ci preme, sulla scorta di alcune semplici riflessioni, fare talune considerazioni che, seppure possono apparire banali e semplicistiche possano, tuttavia, servire a portare un minimo di chiarezza sull'argomento. Intanto ci poniamo un primo dubbio di ordine quantitativo, relativamente all'entità dell'evasione che viene, quasi quotidianamente, sbandierata. Si parla, con convinzione di centoventi miliardi di euro. Su poche cose sono d'accordo I nostri politicanti ma questa cifra è comune a tutti, salvo, poi, non specificare alcuno il lasso temporale a cui la stessa è riferita: annuali? Biennali? Triennali? Mah! Su questo non ci è dato sapere. Già perché se la cifra riferita fosse riferita all'anno sarebbe, francamente esagerata e pio ci si dovrebbe chiedere circa il fatto che essendo la stessa costante ormai da tempo (almeno in termini di enunciazione), come sia possibile che non diminuisca mai, ciò dovrebbe significare: o che non ci sono mai recuperi dell'evasione stessa ovvero che in ogni anno successivo è più alta rispetto agli anni precedenti in relazione al fatto che dalla cifra vanno dedotti I recuperi per accertamento. Pensiamo, invece, che la realtà sia un'altra: nessuno conosce bene la cifra dell'evasione e tutti giocano a spararla il più alta possibile per spaventare gli italiani. Ognuno dei nostri politicanti, infatti, ha un beneficio a sparare grosso: quelli appena entrati devono denigrare il lavoro dei precedenti, quelli che erano al Governo devono indicare quanto hanno fatto per combattere l'evasione e malgrado il loro grande sforzo come sia rapidamente ricresciuta e quelli che sono all'opposizione devono indicare l'incapacità dei governati di combatterla. Noi crediamo che la cifra sventolata non sia affatto reale e che, invece, il problema sia diverso. Essendo il nostro, infatti, il Paese dello scaricabarile, si vuole far credere ai tantissimi lavoratori dipendenti pubblici e privati che tutti gli imprenditori sono evasori e che I liberi professionisti sono loro alleati e che, in più, condividono e, taluni (quelli specializzati in materia), insegnano l'arte dell'evadere ai loro clienti. Noi non la pensiamo così siamo invece inclini sempre più ad essere un po' più ottimisti e prudenti sulle modalità d'azione degli imprenditori. Certamente il nostro Paese ha sacche di evasione ma da cosa dipendono ci chiediamo? Le micro e piccole imprese, riteniamo, evadano per necessità. La pressione fiscale è talmente alta che se dichiarassero in toto I loro ricavi non riuscirebbero a sopravvivere ed allora, inevitabilmente, si rifugiano o nell'evasione o nel lavoro nero. Sicuramente non condivisibile, non si possono trasgredire le leggi dello Stato ma non bisogna prenderci in giro con affermazioni che infiammano solo gli animi dei lavoratori dipendenti dicendo che questi ultimi pagano le tasse e gli imprenditori più piccolino. Basta fare una prova: provate a dire ad un piccolo commerciante o ad un artigiano se preferisce un lavoro pubblico piuttosto che il suo e sentite cosa vi risponderà. La grande impresa, quella che conta, quella delle grandi famiglie e delle grandi partecipazioni bancarie non ha bisogno di evadere. La motivazione di questa affermazione è semplice: fanno tante e tali operazioni elusive o pseudo tali da guadagnare tanti di quei soldi (spesso investendone molto pochi ed a carico totale delle banche) da non averne bisogno, peccato che il loro contributo alla finanza pubblica, in valore assoluto è veramente di labile rilevanza. Rimangono le medie imprese, quelle vere che lavorano che non fanno strane operazioni finanziarie che usano poco la leva finanziaria e che producono vera ricchezza nel Paese; quelle, soprattutto che creano I nuovi posti di lavoro e che affrontano, con serietà gli argomenti economico-aziendali che dovrebbero essere alla base di ogni operazione di investimento imprenditoriale. Riteniamo che questi siano gli unici veri sostenitori dell'economia italiana anche in termini di gettito fiscale. Certamente, questi ultimi, in considerazione dell'entità attuale della pressione fiscale e dei costi di struttura (personale in testa) in una economia globale, dapprima delocalizzano la produzione e, poi, subito dopo, delocalizzano l'intera impresa migrando verso stati con meno imposte. Ed allora, ci domandiamo: sono veri I famosi centoventimiliardi di euro di evasione? La nostra modesta sensazione e che siano numeri al lotto dati da organismi di controllo generici e poco attrezzati con una propensione alla notizia bomba piuttosto che alla certezza.

Mauro Paoloni
Ordinario di economia aziendale
all’Università di Roma Tre

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