Le Fondazioni bancarie, strano strumento di potere

9 febbraio 2013

09.02.2013 - 15:17

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Correva l'anno 1990, quando un arguto Ministro del Tesoro, in relazione al fatto che il nostro Stato, come al solito del resto, aveva ingente necessità di iniezioni di denaro fresco per poter coprire il proprio debito pubblico, decise di sfornare una specifica legge che individuava le cosiddette fondazioni bancarie. Nel codice civile del 1942, le fondazioni, organismi giuridici di ordine privatistico, sono specificamente regolamentate e distinte dall'istituto, simile ma diverso delle associazioni, laddove, le prime, hanno come prevalenza l'elemento capitale, al contrario delle seconde, nelle quali, invece, prevale l'elemento personale. E se può costituire una specifica fondazione, lo statuto della quale, preveda che per il raggiungimento del suo intento, gli organi della costituenda organizzazione privatistica pongano in essere tutte le azioni volte a far sì che il ricco signore sia accontentato nei suoi intenti che, normalmente, hanno carattere benefico o scientifico o culturale, insomma, che siano socio-economici. In quest'ottica, appunto, alla fine degli anni '90, il ministro Amato volle che molti enti pubblici economici che svolgevano attività d'impresa bancaria con il controllo da parte delle pubbliche istituzioni, scorporassero dal proprio ente l'attività economica vera e propria (quella bancaria) per conferirla in una specifica società commerciale appositamente creata e sostituissero, nei loro bilanci, le attività e le passività d'impresa con una posta partecipativa appositamente identificata e quantificata. Fu così che nacquero questi enti, ormai non più economici, controllati sempre dallo Stato ma con caratteristiche privatistiche, governati da specifici organi e, soprattutto, con grandi ricchezze nel proprio patrimonio rappresentate dalle partecipazioni nelle attività bancarie, molte delle quali, nel tempo, furono gradualmente cedute sul mercato azionario, ottenendo in cambio grandi entità di liquidità da poter reinvestire in forme redditizie. Lo scopo delle citate fondazioni bancarie? Semplice: benefico, culturale, economico e chi più ne ha più ne metta. Le più importanti di loro (si pensi a fondazione Cariplo o Compagnia di San Paolo per citare le più ricche e note) oltre a detenere un pacchetto azionario di riferimento (essenziale nei patti di sindacato) in banche come Unicredit o Intesa, entrano, in un modo o nell'altro, in tutte le più importanti attività culturali, storiche, architettoniche e sociali in genere del Paese, divenendo, in taluni casi, elemento essenziale di sopravvivenza per le stesse. Nella gran parte dei casi, le stesse, sono condotte da anziani signori il cui unico merito è quello di essere stati politici di un certo grado in questo o quel partito di spicco. Ci sono, poi, una pletora enorme di fondazioni (si pensi che per ogni vecchia Cassa di Risparmio ne è nata una) di dimensioni minori che rappresentano il fiore all'occhiello della comunità economico-sociale in cui sono situate, per il semplice fatto di esserne le principali finanziatrici di iniziative cultural-socio-economiche. I soci delle stesse sono anomali rispetto a quelli che siamo abituati a vedere nelle società commerciali. Non sono titolari di azioni e, quindi, affatto speculatori o ricchi imprenditori, invece uomini e donne di rilievo della comunità a cui appartengono che sono onorati di far parte di quella scelta piccola comunità e che si occupano, al più, di eleggere i membri di alcuni organi e di partecipare alle manifestazioni organizzate dalla fondazione di cui sono soci. In molti, specie Ministri del Tesoro, titolari del Ministero che sulle fondazioni ha il controllo, hanno pensato di far confluire il denaro dei citati enti in mega società che avessero potuto dare una spinta all'economia del nostro Paese ma non ci sono, almeno fino ad oggi, ancora riusciti e le nostre continuano a rappresentare un centro di potere di grande forza economica in Italia. I fatti di questi giorni in tema bancario, poi, hanno evidenziato che, talune fondazioni hanno esagerato quanto a voler detenere il poter di controllo rispetto a specifici istituti di credito. Mentre, infatti, talune anche di grandi dimensioni (si pensi alla fondazione Roma) in un certo momento storico della loro vita hanno creduto di uscire quasi totalmente dagli assetti bancari cedendo le loro partecipazioni a coloro che, specificamente, si occupano di banca, altre, volendo insistere sul controllo e quindi sulla nomina della governance della banca nata dalle loro ceneri, sono finite per perire con gli investimenti erratiche la banca controllata ha fatto sul mercato delle acquisizioni bancarie atte all'espansione e al dominio sul territorio nazionale. Oggi, dopo che i buoi sono tutti usciti dalla stalla, come si suol dire, in molti gridano allo scandalo e, soprattutto, la gran parte di quelli che si autodefiniscono e che vengono considerati arguti e capaci tecnici scaricano le responsabilità del disastro economico-finanziario in atto ora sull'una ora sull'altra autorità ritenendo (a posteriori) che si sarebbe potuto/dovuto fare diversamente. Addirittura, una di queste mattine, ne abbiamo sentito uno, considerato un genio della finanza e dell'economia che ha ricoperto il ruolo di super ministro, asserire che lui non ha avuto alcuna responsabilità, laddove gli veniva imputato il mancato controllo da parte del ministero da lui diretto. Che dire? Siamo un Paese veramente singolare.

Mauro Paoloni
professore ordinario di economia aziendale

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