Alitalia: una storia italiana di coraggiosi capitani d'impresa

5 gennaio 2013

05.01.2013 - 12:00

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Per molto tempo, ripetutamente e con grande enfasi, nell’ormai lontano 2009, si parlava di Alitalia. In realtà, allora, imperante il Cavaliere senza macchia e senza peccato, l’esaltazione era per un gruppo di coraggiosi capitani d’impresa che, con l’unico esemplare intento di salvare la compagnia di bandiera, avevano messo le mani al portafoglio ed avevano acquistato le azioni della nuova compagnia di bandiera che, alla stessa stregua dell’araba fenice, rinascendo dalle proprie ceneri, avrebbe dovuto essere il futuro prospero del trasporto aereo nostrano. La cosa più buffa (che noi denunciammo ripetutamente) era che una operazione difficile e sicuramente molto più conveniente era stata messa in piedi dall'uscente e breve Governo Prodi, dalla quale azionisti, obbligazionisti e dipendenti della compagnia di bandiera sarebbero usciti sicuramente nelle migliori condizioni e che, invece, fu boicottata fortemente dai sindacati per lasciare il posto alla grande idea imprenditoriale e laconicamente patriottica messa in piedi dall'entrante e duraturo Governo Berlusconi. Il Cavaliere, gridando a gran voce ad uno squadrone di circa venti condottieri d'impresa indigeni avrebbe ricevuto gagliarde risposte e, soprattutto, sostanziali finanziamenti per la nascitura Compagnia Aerea Italiana che avrebbe ricevuto in dono quella good company di nuova coniazione con il prospero avvenire futuro e che, invece, avrebbe lasciato sulle spalle degli italiani, molti dei quali totalmente inconsapevoli, la bad company piena di debiti e di desolanti situazioni da risolvere. Fu la prima volta di questa incredibile situazione, la prima vera invenzione italiana di una procedura di amministrazione straordinaria creata con legge ad hoc in cui l'unico a guadagnarci veramente è stato dapprima unico e poi trino il soggetto (poi tre soggetti) che ha ricoperto il ruolo di amministratore straordinario. E' una storia veramente incredibile e difficile da raccontare, specie se si pensa che, allo stato, la compagnia aerea rinata è nuovamente in una situazione economica disastrosa e che, probabilmente, nel corso del 2013,momentostorico nel quale i capitani coraggiosi potranno vendere le loro azioni sul mercato, saranno loro ad avere indietro i propri capitali (con possibili plusvalenze) e che l'acquirente delle stesse sarà, molto probabilmente, lo stesso vettore internazionale che avrebbe acquistato l'intero pacchetto Alitalia (senza divisioni in parti buone e cattive) a condizioni molto più convenienti per tutti. Tutto ciò senza considerare che se si scorrono i nomi degli imprenditori che, con grande senso di patria hanno sottoscritto le azioni dell'allora good (ormai bad) company, dai loro nomi (Colaninno, Riva, Tronchetti Provera, Benetton, Angelucci, Gavio, Marcegaglia tanto per farne qualcuno) e soprattutto dai loro interessi economici e dalle storie delle loro imprese, non ci vuole molto per capire che, ciascuno di loro, ha ingenti interessi ed intrecci con la pubblica amministrazione e che, dalla stessa, ha ricevuto o riceverà benefici di ogni ordine e grado. Che strano il nostro Paese, da noi tutto si dimentica, tutto passa. Non ricordano più, ad esempio, gli italiani chi fu uno dei massimi ideatori ed artefici del grande capolavoro della nuova compagnia di bandiera italiana? Quello che operò, con grande lena affinché la stessa prendesse il via insieme all'allora Presidente del Consiglio? Allora era uno dei massimi esponenti dei banchieri italiani proprio perché era lui che conduceva una delle massime banche italiane ed internazionali che aveva l'ambizione di eguagliare il grande Enrico Cuccia nel portare la propria banca alla ribalta nei finanziamenti e nelle partecipazioni nelle imprese. Ebbene sì, signore e signori, proprio il Ministro dello Sviluppo Economico dell'attuale dimissionario Governo Monti, quello dei grandi tecnici che avrebbero dovuto rivoluzionare questo Paese. Lo stesso che avrebbe dovuto presentare un grande progetto di politica industriale, tale da far riprendere l'economia e, quindi il Pil e lo stato occupazionale italiano. Nulla di tutto questo è accaduto, purtroppo e le speranze del banchiere con ambizioni sfrenate nella politica sono naufragate con le stesse modalità con cui sta naufragando la compagnia aerea dallo stesso tanto perorata e, soprattutto, tanto finanziata (naturalmente con denaro altrui). Purtroppo il nostro è un Paese in cui, come affermano molti insigni esperti in materia, non vigono vere e proprie forme di capitalismo in cui sono il potere economico e la meritocrazia che vincono in campo imprenditoriale. In Italia sono presenti ovunque i vincenti trucchetti dei patti di sindacato e dei poteruncoli pseudopolitici che consentono a manager furbetti e blasonati di divenire capi azienda, spesso con l'aiuto di note società di cacciatori di teste che spulciano a loro modo elenchi di curricula in cui i nomi sono sempre e solo gli stessi da trent'anni. Quanti disastri economici si sono perpetrati con tali tecniche che hanno consentito, nel tempo, di fare in modo che pochi, solo pochi si arricchissero sproporzionatamente ai danni, spesso, dell'intera collettività. Certo che gli USA, che spesso sono stati anche da noi contestati per eccesso di capitalismo, sono tuttavia caratterizzati da spiccati elementi meritocratici che prescindono totalmente da mitizzazioni e/o raccomandazioni di ogni genere. Ci viene da fare, in conclusione, la semplice seguente considerazione: quali sono le effettive capacità dei nostri capitani d'impresa più blasonati?

Mauro Paoloni
ordinario di economia azienda all’Università di Roma Tre

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