Il significato di Prodotto interno lordo

15 dicembre 2012

15.12.2012 - 14:45

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Negli ultimi anni, sempre più spesso e con maggiore insistenza, quello di Pil è un acronimo sempre più utilizzato e diffuso. Prodotto interno lordo, questa è la versione estesa di quella contratta di Pil. Ma aldilà di ogni utilizzo frequente e, talvolta, anche fatto a sproposito ed in contesti assolutamente non consoni, proviamo, con alcune semplici considerazioni ad affrontarne il significato ed a contestualizzarlo nell’economia mondiale ed in quella indigena. Quando si misura il Pil, l’intento primo da parte degli economisti, è quello di dare una visione del processo di crescita di un Paese. Ciò significa, in buona sostanza, mostrare un indicatore dell’entità del processo produttivo di un contesto economico. E' di tutta evidenza che questa unità di misura non può essere fine a se stessa, ovvero, la sua rappresentazione quantitativa che si esprime con un semplice numero assoluto o percentuale, racchiude, poi tutta una serie di valutazioni qualitative di ordine macroeconomico. Le cose si complicano se, a seguire, alle valutazioni sul singolo indicatore ne seguono una serie di altre che lo considerano non più singolarmente ma rapportato ad una serie di altri indicatori: si pensi, a titolo d’esempio, al rapporto Pil/Debito pubblico che rappresenta di quanto, crescendo la produzione in un Paese, cresce, conseguentemente, l’indebitamento dello stesso. Importante sottolineare, per quanto concerne la nostra appartenenza, come Paese, ad un più amplio contesto economico-sociale come l’Europa che, una serie di questi rapporti tra Pil ed altri valori sono stati assunti come base per fissare una serie di parametri minimi che evidenziano le condizioni alle quali l’Italia deve attenersi per rimanere nell’ambito della Comunità economica europea. Ciò è tanto vero che il Governo attualmente in carica ha dovuto porre in essere una serie di misure molto restrittive che, se da una parte hanno riassestato i numeri essenziali derivanti dai rapporti precitati, dall’altra hanno sensibilmente ridotto la crescita produttiva del nostro Paese, l’occupazione e, quindi, il Pil. In Italia ed in molti paesi d’Europa il Pil è ormai da tempo in assoluta decrescita e, talvolta, addirittura di segno negativo. L’affermazione è sicuramente pregna di significato rispetto alla situazione economica interna ed europea ma, ci sia consentito, fare alcune considerazioni macroeconomiche che valutano un trend temporale che, forse, pochi hanno assunto in debita considerazione. Vero è che il Pil, da tempo, in Italia ed in molti paesi del resto d’Europa è in netto calo ma questo dato non è certo una novità. Se, infatti, si analizzano, i dati relativi al Pil degli ultimi quarant’anni, nel nostro continente è sempre decrescente. Questo significa, in buona sostanza, che dopo il boom economico risalente agli anni Sessanta, il Pil ha cominciato una graduale e costante discesa a livello macro in Europa che, oggi, rappresenta solo un picco negativo piuttosto che una novità. Contemporaneamente però il mondo industriale cresce e dunque solo quella parte del globo che si è industrializzata storicamente prima cala nel Pil lasciando il posto alle altre realtà (vedi la Cina).Tale informazione, se fisiologicamente potrebbe sembrare semplicistica e piuttosto scontata, nella misura in cui taluni paesi nel mondo hanno un’entità di popolazione molto folta e, nel contempo, la gran parte di essa vive ancora in condizioni di reddito pro-capite molto basse, dall’altra è un chiaro segnale del fatto che il vecchio continente deve imparare ad interagire ed a reagire a tale tipo di impulsi per non rimanerne travolto. Lo stesso sviluppo demografico del mondo, altro indicatore molto importante, è totalmente sbilanciato verso una serie di Paesi cosiddetti in via di sviluppo che stanno divenendo la locomotiva del globo. E’ un processo ormai assolutamente evidente: noi siamo gli inventori ed i fautori primi del progresso industriale ma, ora che lo stesso si è volgarizzato e che tutti ne sono in chiaro possesso, rischiamo di essere quelli che ne rimarranno travolti.

Mauro Paoloni, ordinario di economia aziendale all’Università di Roma Tre

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