Le banche italiane chi sono e cosa fanno?

8 dicembre 2012

08.12.2012 - 12:19

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 E' da tempo, ormai, che nei diversi pertugi massmediateci si leggono argomentazioni che trattano, a nostro sommesso avviso, in modo del tutto erroneo l'argomento banche italiane. Uno squadrone di esperito pseudo tali danno nozioni ed esplicazioni che, il più delle volte sono caratterizzate dalla scarsa conoscenza di un settore, come quello degli istituti di credito che sembra essere, almeno ad avviso di coloro che ne scrivono le gesta, un mondo avvolto da mistero e da una serie infinita di intriganti e subdole situazioni tali che pongono le banche, agli occhi di chi legge ...tante e tali notizie incrociate, nella posizione di piccoli o grandi Dracula sempre pronte a succhiare il sangue di sprovveduti o di poveri convenuti. Certamente, in questo mondo, ci sono stati, ci sono e forse ci saranno uomini, particolarmente abili ed astuti che hanno saputo e sapranno utilizzare gli istituti con modalità tali da avere grandi benefici dalle stesse ma non bisogna esagerare, nel nostro Paese molto spesso si sconfina rispetto agli atteggiamenti normali e consueti ma non per questo si può cambiare la natura delle cose.
Forse è opportuno cercare di tracciare un quadro, molto semplice e storico delle banche per individuarne meglio le caratteristiche e l'azione. Fino agli anni novanta, la gran parte degli istituti bancari appartenevano, direttamente o indirettamente allo Stato. Una mega riforma, voluta dall'allora Ministro del Tesoro Amato ne decretò, dapprima la trasformazione in società per azioni e, poi, la loro privatizzazione. Immediatamente dopo, una politica piuttosto marcata dell'allora Istituto di emissione, politica e vigilanza (la Banca d'Italia) ne caratterizzò gli accorpamenti. Fu un periodo molto difficile specie per quegli istituti (i maggiori) che ebbero l'onere di assumere, attraverso diverse operazioni straordinarie di fusione e di conferimento, dimensioni sempre più forti con tutti gli onori e gli oneri (in realtà maggiori furono i secondi) che tale processo comportò. Si riconobbe, seppure intrinsecamente, che i banchieri del nord erano stati, almeno fino ad allora, più bravi di quelli del sud (nel gergo bancario questo significa avere meno sofferenze/perdite su crediti in pancia) e, per questo motivo, furono gli istituti del nord ad accorpare la gran parte di quelli del centro e del sud dando vita alle due più grandi banche italiane (e non solo) Unicredit ed Intesa.
Attorno a questi due colossi alcuni altri istituti presero corpo in termini di dimensione e per effetto dei processi di accorpamento, snaturandole modalità d'agire e le caratteristiche che gli erano proprie. Si pensi al Monte dei Paschi di Siena che, storicamente e fino a quel momento aveva caratteristiche tipicamente legate ad un certo territorio ovvero ad alcune popolari che, nate anch'esse all'ombra di taluni campanili, in relazione al successo economico acquisito fino a quel momento e legato, principalmente, alla floridità dei territori in cui svolgevano la loro attività, persero le caratteristiche che gli erano proprie, non tanto nella forma che nella quasi totalità dei casi rimase quella cooperativistica, ma nella sostanza e nello spirito divennero vere e proprie banche nazionali e talvolta anche internazionali. Di piccolo rimase ben poco se non la pletora di micro banche, anch'esse con spirito e caratteristiche social-cooperativistiche che, ad avviso di chi scrive, hanno reso e stanno rendendo ancora un grande servigio all'infinità di micro e piccole imprese italiane.
La crisi finanziaria iniziata negli USA nel 2007e che ci ha avvolto ormai da più di tre anni ha cambiato totalmente usi, costumi ed abitudini della gran parte dei nostri grandi istituti di credito. In primo luogo ne ha sconvolto i conti economici rendendole molto più fragili e facendo emergere una serie infinita di problematiche. Intanto in termini di costi. Le banche hanno cominciato a guadagnare molto meno, causa un restringimento dei margini di utili si sono trovate, mano a mano con denaro derivante da raccolta sempre più scarso a seguito dell'assottigliamento dei risparmi e delle altre più succulenti opportunità per i risparmiatori di avere rendimenti e, soprattutto, hanno implementato, in modo esponenziale le proprie sofferenze fino ad arrivare, oggi, a numeri stratosferici sia intermini assoluti che relativi.
Non è cosa non nota, allo stato,dichiarare che la gran parte delle nostre grandi banche chiudono i propri esercizi in perdita già da qualche anno e che, i loro amministratori, non riescono ancora a trovare una quadra. E' in corso, da alcuni mesi, un mega processo di ridimensionamento dei costi del personale attraverso una serie di accantonamenti e di rivisitazioni che raggiunge numeri e modalità mai applicate fino ad oggi. Molti amministratori, pur cercando di prodigarsi in ogni modo, non riescono a trovare una quadra ai processi di sfoltimento del personale nei loro istituti. In uno scenario come questo, crediamo di non fare dichiarazioni erratiche, se diciamo che, da tempo, specie gli istituti di credito più grandi, hanno smesso di fare il loro mestiere (quello appunto di fare il credito) per intraprendere quello più semplice e molto meno rischioso di investitori istituzionali in titoli di Stato. Ma come dar torto a chi ha posto in essere un processo in cui: raccoglie a tassi bassissimi dal mega istituto centrale europeo (la BCE), investe nel mega paese dei balocchi dei titoli di Stato (che hanno raggiunto punte di rendimenti anche del 7,5 per cento) raccogliendo, in tal modo differenziali positivi di cinque sei punti senza alcun rischio di sofferenza. Cosa fareste voi? Dispiace vedere che i piccoli istituti che sono rimasti totalmente fuori dalla spartizione dei denari BCE siano gli unici a fare il loro mestiere.

Mauro Paoloni

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