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La paura di vivere ci impedisce di mettere a frutto i nostri talenti

Alessandro Meluzzi
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“Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni”. Così inizia il vangelo di questa domenica (Mt 25,14-30). Prima di ritirarsi dalla storia, Dio ci consegna il Creato. Ci lascia la sua creatura senza istruzioni per l'uso e, anzi, ci dona il libero arbitrio. Dio ha incredibilmente fiducia in noi e ci assegna il compito di continuare a creare. Il Cangelo continua: “A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì”. Che cosa sono questi talenti? Rappresentano le doti intellettuali e di cuore, la bellezza interiore. Ancora una volta l'estensore Matteo sceglie la parabola del seme che, se buttato nella terra fertile, dà buoni frutti. Però, il nostro compito non è solo quello di ricevere il seme, dobbiamo coltivarlo, prendercene cura e far sì che germogli. “Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro”. Arriva il momento del rendiconto. Dio non è un padrone esigente che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi. Ma rimane comunque soddisfatto perché i servi hanno moltiplicato i loro talenti. Infine, “si presentò anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra". Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e pigro". A chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. Che cosa significa? Che non bisogna avere paura, perché la paura ci impedisce di vivere e di mettere a frutto i nostri talenti. Il Vangelo ci insegna a non avere paura, a non fare paura e a liberare dalla paura. Con la collaborazione di Andrea Grippo