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La bara della nostra storia

Guido Barlozzetti
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Non abbiamo una grande considerazione della nostra storia e la vicenda del rientro delle spoglie del Re Vittorio Emanuele III in Italia ne è un'emblematica conferma. In primo luogo i diretti interessati fanno di tutto per farsi male da soli. Leggendo i giornali scopriamo di dissidi fra le sorelle Savoia di una che decide il trasporto senza dire nulla all'altra, del marito di una delle medesime che parla di collezione da completare al Pantheon? Insomma, una bega familiare, l'ultima di tante in cui i rami dei Savoia si sono esibiti negli anni, e una dinastia regale assimilata all'album delle figurine dei calciatori o alla raccolta dei francobolli. E che dire del fuoco di sbarramento automatico contro la possibilità di una tumulazione nel Pantheon che si è levato dalle postazioni più diverse, tutte certo con una loro giustificazione, l'Anpi, l'Istituto Storico della Resistenza, la comunità ebraica di Roma, il sindaco della Capitale, il Presidente del Senato? Scempio inammissibile, inopportunità, profonda indignazione, al massimo un gesto di compassione. Tutto ciò, alla fine, è solo colore, cronaca, riflesso condizionato su cui forse non varrebbe nemmeno soffermarci se non stessimo parlando una cosa molto seria e che tutti - proprio tutti - ci riguarda, il rapporto tra noi e la nostra storia, il nostro essere alla fine di un tragitto di secoli e millenni che ci ha prodotto così come siamo, con tutte le contraddizioni, i problemi, i paradossi ricorrenti, i luoghi comuni che ci caratterizzano. La bara di Vittorio Emanuele III solleva, e di questo almeno gli va dato atto, la questione della nostra memoria storica. Il problema è che ci svegliamo all'improvviso, che occorre una scossa esterna e occasionale per guardare all'indietro e lo facciamo sull'onda della polemica immediata, senza nemmeno provare a saltare di livello, a fare cioè di un accadimento contingente lo spunto per una riflessione più larga e profonda. Cosa percepiscono le generazioni più giovani di questa rissa? Già a scuola faticano a entrare in contatto con il tempo che li ha preceduti e, una volta fuori, sono in tanti che hanno lacune estese se solo vengono messi di fronte all'8 settembre, al 25 luglio, alla marcia su Roma, alle leggi speciali, alla prima e pure alla seconda guerra mondiale, ai vent'anni venti del regime fascista. Non dico di andare più indietro, Risorgimento, Unità d'Italia, Rivoluzione Francese, la scomposizione secolare della penisola in pezzi che hanno dovuto attendere il 1861 per mettersi insieme. Credo che se domandassimo in giro che era Vittorio Emanuele III riceveremmo risposte allarmanti. Non si tratta di colpevolizzare, piuttosto sarebbe il caso di fare un serio ragionamento sul modo in cui la storia - la nostra storia e quella del mondo, tanto per non essere provinciali - entra nei programmi scolastici. E' possibile che uno studente, dopo cinque anni di elementari, tre di medie e cinque di superiori, esca dalle aule senza una mappa in testa di ciò che accaduto nei secoli e nei millenni? Dobbiamo aspettare che a ciò provvedano wikipedia e qualche navigazione, per i volenterosi, fai da te? E poi i luoghi comuni! Possibile che non si riesca ad accendere un dibattito storico-culturale serio e che ci si ritrovi sempre presi in una guerra per bande mediatico-politiche? Possibile che non si riesca a mettere in piedi un lavoro di contestualizzazione e di conoscenza, senza ridurlo a dove piazzare una bara? Il sangue e il dolore della storia non sono un ostacolo, ma una ragione in più per cominciare finalmente a capire. [email protected]