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Il pulsante di Kim

Guido Barlozzetti
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Purtroppo c'è poco da scherzare. L'ineffabile capo supremo della Corea del Nord ha sparato un altro missile. Stavolta gli ha fatto sorvolare il Giappone settentrionale a un'altezza di circa 550 chilometri e, dopo un balzo di circa 2.700, il proietto si è spezzato in tre parti e inabissato nell'Oceano che, secondo il nome almeno, dovrebbe essere Pacifico. Non è la prima volta e non sarà l'ultima ed è difficile respingere la tentazione di rappresentare Kim Jong-un come un bambinone nella stanza dei giochi che preme secondo estri imponderabili questo o quel pulsante e sparacchia via un missile oggi e uno domani, così, tanto per divertirsi e divertire con i fuochi artificiali e dare una scossa a questo mondo così noioso e banale. Nelle foto, vedo Kim seduto a un tavolo, tranquillo, vestito di nero e circondato da mappe e dai suoi generali, con un cappello fuori misura e tutti uguali. No, non è un bambinone e il gioco si sta facendo assai pericoloso. E' il diciottesimo missile che Kim lancia nel 2017 e a Seul sono assai preoccupati, come a Tokyo e a Washington. L'impressione - e qualcosa di più - è che l'ultimo ordigno avrebbe anche potuto trasportare una bomba atomica e che i bersagli potrebbero interessare pure il territorio degli Stati Uniti, a partire dall'isola di Guam. Vedo i Quartiergenerali che con il compasso segnano la circonferenza del lancio per vedere fin dove la minaccia potrebbe arrivare, e il volto sempre sorridente e pacioso di questo ragazzone ingrassato che domina incontrastato un paese piccolo - 120mila chilometri quadrati - e un popolo di venticinque milioni, in larga parte contadino e nelle grinfie di una casta impenetrabile, violenta e certamente non disponibile ad aprire le porte alla democrazia. Ma sappiamo che non si tratta di un prodotto esportabile e che i dittatori, non solo in Corea, stanno lì a dimostrarlo. Stiamo parlando di una dinastia che va avanti dal 1945 da quando Kim Il-sung che aveva condotto l'Esercito Popolare Rivoluzionario contro i Giapponesi, prese il potere di quel fazzoletto di terra e la Guerra Fredda cristallizzò la divisione della penisola coreana in due. Nel tempo la gerarchia è diventata di ferro, il controllo totale e quasi nulla trapela delle lotte o delle tensioni che possono attraversare i vertici, un poco come il Comitato Centrale del Pcus di una volta, le uniche immagini che ci arrivano essendo quelle ufficiali. Soddisfatte e gongolanti davanti alle imprese. A che gioco sta giocando Kim? Tolte di mezzo le nevrosi infantili, ma non escludendole del tutto, perché continua a far scoppiare un petardo dopo l'altro? Vuole tenere compatto il paese esibendo i muscoli ed eleggendosi a vittima del complotto internazionale, Usa in testa, che stringerebbe d'assedio il Paese? Può essere, la miscela di delirio di (onni)potenza e nazionalismo può risultare micidiale, tanto più quando la mattonella nord-coreana assolve ad una funzione precisa nel pavimento complesso e multilaterale delle relazioni internazionali, con Cina e Russia che fanno finta di fare il cane da guardia e poi sfruttano il deterrente che la strategia dinamitarda di Kim gli mette a disposizione. E, poi, siamo così convinti che tutto sia sotto controllo, che il mosaico che si distende sulla Palla-Terra alla fine troverà una soluzione. E se Kim, con paranoica lucidità, caso analiticamente possibile, decidesse un giorno di premere con il solito sorriso, solo una smorfia perfida, il pulsante, quello vero?