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I tanti 25 aprile

Jacopo Barbarito
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Il 25 aprile non riesce ad essere la festa di tutti. Di tutti coloro che vivono nella Penisola accomunati dal fatto di riconoscersi nelle istituzioni democratiche e nella Costituzione. Uniti dal semplice fatto che, se avessero vinto gli altri, la nostra storia sarebbe stata diversa. Il che non vuol dire, lo sottolineo subito, tirare su barriere frontali e non riconoscere il valore di chi combatté da una parte e dall'altra, di chi credette nelle idee per cui rischiava la morte, salvo appunto lasciare lì, inciso in quella data, il significato di quella soglia indiscutibile da cui comincia una nuova storia. Quella che consente a tutti di scendere in piazza e di manifestare le proprie idee, di urlare contro il governo, che magari se lo merita, di sputare sulla tav, di rivendicare una casa, di chiedere una scuola diversa da quella dei decreti, di ricordare le percentuali a due cifre della disoccupazione e ancor più di quella giovanile, di schierarsi per l'aborto, di esaltare la famiglia, di protestare contro l'Unione Europea e contro l'euro.. e via dicendo, magari prendendosela con la Polizia e, qualche, volta andando oltre con le spranghe e i candelotti. Ma è il gioco della democrazia, l'unico sistema, in attesa di altri, che consente di essere partecipi del destino comune, pur nella differenza che può essere sostanziale e radicale delle posizione. Dopo, per il momento, ci sono la guerra civile o il totalitarismo. Questa è la differenza che sta al fondo del 25 aprile. Certo, la democrazia è in crisi, più spesso è un valore formale che sostanziale, i cittadini si interrogano se valga la pena andare a votare a fronte di un sistema politico avvizzito su se stesso e vacuamente rissoso, di partiti sclerotizzati che non riescono a ritrovare vitalità e di movimenti nuovi che vorrebbero introdurre una cesura brutale, ma che nei comportamenti, nelle scelte, lasciano più di una volta perplessi, anche quando pongono il tema della democrazia diretta, che non è solo una formula e che forse non basta un algoritmo a tradurre in una modalità di formazione del consenso e, dunque, di governo. La democrazia la sentiamo lontana, quasi non ce ne accorgiamo più, presi fra le istituzioni europee, foriere di tributi vessatori e di imposizioni burocratiche, e il guazzabuglio di un presente che porta a reagire con la rabbia di chi si sente ai margini, con la rassegnazione di chi non vede speranze, con la porta sbarrata a fronte delle invasioni real-mediatiche da cui ci sentiamo assediati, dell'eco tremendo delle esplosioni che arriva da tante parti e che, da un momento all'altro, potrebbero sconvolgere anche il nostro panorama. Ci rinchiudiamo nel "particulare" che già allarmava Guicciardini qualche secolo fa, cediamo all'individualismo privatistico, alla clientela che dovrebbe essere rassicurante e non funziona più, e sempre più non crediamo nella forza della rappresentanza, nel valore della mediazione. Abbiamo celebrato ieri tanti 25 aprile, quello dell'Anpi, l'Associazione dei Partigiani, quello della Brigata Israeliana, quello dei centri sociali, quello del Presidente Mattarella che ha ricordato il valore dell'unità, della memoria che sa liberarsi dell'odio, della rivolta morale contro l'autoritarismo. Può essere un segno di vitalità e, cioè, del fatto che questa data non venga vissuta ritualmente, ma continui ad attivare passioni e sentimenti. Può anche essere, nello stesso tempo, il segno di divisioni e lacerazioni che dal passato si proiettano sul nostro futuro e di un'incapacità di aggiornare i valori di quel giorno alla complessità diveniente, e per certi versi drammatica, dell'attualità.