Il laboratorio di Trump

Il laboratorio di Trump

01.02.2017 - 11:48

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Se c’è un laboratorio della politica di oggi e di domani si chiama Donald Trump. Non è solo il nuovo presidente degli Stati Uniti, è un programma annunciato e ora in divenire, che coincide con un’immagine-corpo, fatti gesti, vestiti, pettinature, smorfie, battute. Ed è, ancor più, uno scossone, una linea di faglia che sconquassa il panorama con una veemenza e un’applicazione per certi versi brutali, a cui non eravamo abituati. Ora, un nuovo presidente ha tutto il diritto, nel cerchio dei suoi poteri che, per quanto con controlli e limiti, sono grandi, di invertire una rotta, nel caso specifico di voltare pagina rispetto agli otto anni del predecessore, nero e democratico, Barak Obama. L’aveva detto durante la virulenta campagna elettorale in cui il comportamento, il linguaggio e le promesse si erano avvolti gli uni sulle altre, dando l’impressione, e qualcosa di più, di un rullo compressore determinato a sconvolgere equilibri e tradizioni - e anche consuetudini ossificate e burocratizzate - nel nome di un rapporto diretto con il suo elettorato post-industriale e post-middleclass, pancia profonda Usa. Aveva agitato fantasmi demoniaci, le folle dei migranti alle porte, gli accordi commerciali capestro, America the First, il protezionismo come chiave di volta, la geopolitica da rivedere con una sorta di neo-isolazionismo disponibile anche a rivedere il sistema delle alleanze, a cominciare dal rapporto con il friend Putin, il sogno rilanciato di una grandezza tutta americana da sostenere sgomitando e chiudendo porte. Parole d'ordine senza filtri, lontane dalle circonvoluzioni linguistiche della politica tradizionale, insomma un insieme di tratti riconducibili tutti al modello blockbuster dell’uomo solo al comando, che dà la linea, non riconosce interlocutori e, a nome del popolo annuncia, decide ed esegue.
Non è paradossale - e per questo Trump mi pare un laboratorio - per un verso, nel paese del capitalismo multinazionale, si pone a campione di un'idea della politica fondata sul rapporto uno-massa, con una sostanziale componente nazionalista, per l’altro chiude, tira su muri, blocca, si mette di traverso, esclude. Se la globalizzazione si presenta sotto il segno della orizzontalità liquida, certo con tutte le contraddizioni che sappiamo, Trump - che è il Presidente di un Paese-perno, ancorché con competitors aggressivi, delle relazioni internazionali - infila un cuneo tutto verticale e “nazional-popolare”.
Quando si personalizza troppo l'analisi, si rischia di non vedere il cartello di interessi - politici, sociali, culturali ed economici - che stanno nel back stage, ogni singolo tratto della costellazione Trump ha antecedenti nella storia americana, ma nessuno forse fino ad oggi li aveva riuniti in un modo così deliberatamente spregiudicato ed esibizionista.
Con una novità sostanziale che delude chi pensava che il passaggio dalla campagna elettorale alla Casa Bianca potesse fare da freno, Trump fa sul serio e ogni giorno è buono per procedere come l’aratro sul campo delle scelte annunciate, i fondi cancellati sull’aborto, gli oleodotti criticati dagli ambientalisti, le spallucce sugli accordi sul clima, il ritiro degli Usa dal trattato commerciale del Pacifico, lo schiaffo al Presidente del Messico, l’ok al waterboarding e, a far da culmine, l’ordinanza che chiude le porte americane a chi proviene da sette paesi musulmani. Non questo o quello, tutti.
Credo che dovremo prendere atto di questo metodo e della lucidità che lo caratterizza. L’America è grande e sta ricordando al Presidente che è nata e cresciuta sulle differenze e sull’apporto della pluralità culturale dei popoli del mondo. Noi assistiamo, incerti ed inquieti, e guardiamo il laboratorio-Trump in cui si annuncia senza troppi riguardi una pulsione del mondo che viene.

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