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Lo scostumato burkini

Guido Barlozzetti
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Bisogna vietare o vietato vietare? Il burkini riapre una storia antica - da Sessantotto e dintorni - e la aggiorna ai tempi della Jihad e della società multiculturale. I fatti. Comuni francesi della Costa Azzurra hanno vietato l'uso di quel costume da bagno, va contro i nostri principi hanno detto, si è aperta la discussione secondo il solito gioco mediatico e si sono formati due schieramenti. Per capire le posizioni, il primo ministro francese Manuel Valls ha portato a esempio Marianna, icona della Francia, senza reggiseno, ubertosa balia del popolo che rivendica la sua libertà, e l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani nel divieto ha visto una discriminazione nei confronti dei musulmani e un rischio molto pericoloso di intolleranza. Ora, sarà per la paura generata da quello che è accaduto a Nizza, sarà per il terrorismo della porta accanto che vede cinture esplosive dappertutto, il burkini ha assunto un carico simbolico che va molto al di là della sua realtà. Forse, bisognerebbe prenderne atto, e depurare la controversia dalle sue asprezze congiunturali. Difficile, perché la sensibilità della cosiddetta gente è a fior di pelle, alimentata dalla quotidiana ondata mediatica di bombe ed attentati. Però, che la nobile Francia dei Lumi e della carta dei Diritti dell'uomo si faccia risucchiare in una polemica così ci sembra un campanello d'allarme che riguarda una questione fondamentale. Chi siamo? Quali sono i nostri valori? Come ci dobbiamo comportare con i valori degli altri? Soprattutto quando gli altri non sono un'entità teorica ma milioni di migranti che sono arrivati, continuano e continueranno ad arrivare. Intanto, una contraddizione da cui si esce con grande difficoltà. Per un verso, siamo consapevoli della crisi della nostra civiltà e dunque anche di una serie di valori che hanno prodotto disuguaglianza, colonialismo, sfruttamento, degrado ambientale.. e via dicendo, per l'altro l'estremismo integralista ci costringe non solo a fare un esame di coscienza, ma a dover decidere se certi capisaldi come la libertà - che è di tutti - l'uguaglianza - che è di tutti - siano da difendere a spada tratta oppure vadano sospesi, limitati, sottoposti a un regime di controllo e, appunto, di divieti. A questa contraddizione, se ne aggiunge un'altra: questi valori che noi abbiamo pensato universali, lo sono veramente o sono anch'essi figli di una certa cultura, di una certa storia e quindi dovremmo interrogarci sulla loro pretesa universalistica, esattamente come è accaduto quando ci siamo fissati di esportare la democrazia - modello astrattamente ritenuto valido per tutti - salvo scoprirne l'inapplicabilità in contesti che escono da poteri dittatoriali, con conflittualità altissima tra entità che la cultura liberaldemocratica fatica a capire, le tribù, gli odi religiosi, i conflitti etnici.. Il burkini in casa nostra di questo parla: di un costume, nel senso letterale del termine, che afferisce ad un'altra cultura e che la nostra modernità ritiene lesivo della condizione e della dignità femminile, salvo dover ammettere che ognuno/a possa vestirsi e addobbarsi come gli/le pare, a meno che non costituisca una minaccia patente per l'ordine e la sicurezza pubblica. In questo caso, ho l'impressione che il rischio più grande non venga tanto dal burkini in sé, ma perché non dovrebbero metterlo?, perché una donna non dovrebbe volere coprirsi, a meno che qualcuno non la costringa con la forza?, quanto dall'enfatizzazione che lo ha trasformato in una posta in gioco all'interno di conflitto anche questo mediatizzato in modi schematici e rozzi, noi contro l'Islam tout court e quindi disposti a vietare perché quel costume evoca il terrore della Jihad. Noi discutiamo del burkini e il Califfo nero ride.