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Lo sguardo perduto

Guido Barlozzetti
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Aleppo, Siria. Omran è seduto sullo strapuntino di un'ambulanza. Ha quattro anni, è ferito e impolverato. E' appena scampato a uno dei quotidiani bombardamenti che devastano la città. Irkuk, Iraq. Un ragazzino quindicenne, tenuto da due poliziotti, mentre un'altro sta tentando di sfilargli la cintura che stava per fare esplodere. Urla, mentre lo trascinano via. Bisogna prenderle con molte cautele le immagini che entrano nel circuito dell'informazione, spesso fanno parte di una guerra che non si combatte sui campi di battaglia e con le bombe, e che riguarda la propaganda più sottile e infingarda. Bisogna stare molto attenti alla cinica strategia delle emozioni, però, quelle immagini stanno lì, chiunque sia che ha scattato e il motivo per cui lo ha fatto. Dicono entrambe di un'infanzia indifesa, esposta senza pietà a un confine tra la vita e la morte che non potrebbe essere più esile. I bambini muoiono e continuano a morire sotto i bombardamenti, non importa che stiano a casa o anche in un ospedale, anzi questo potrebbe essere una ragione in più negli squallidi calcoli del terrore. Sparare nel mucchio, colpire comunque, generare la paura di massa. E, nello stesso momento e in un qualunque posto del Medio Oriente, in Siria come in Iraq, un ragazzo può indossare una cintura esplosiva e nasconderla sotto una maglietta di Messi e farsi saltare in aria, come ha fatto un attimo prima il fratellino in una moschea sciita. Una maglietta che dovrebbe ricordare un campione impareggiabile e la festa dello sport, un mito dello spettacolo globale e, sotto, un carico di morte, per sé e per gli altri. Il ragazzo di Irkuk è solo l'ultimo, di tanti, troppi. Un dodicenne potrebbe essere stato l'autore del botto che ha insanguinato il matrimonio di Gaziantep in Turchia. E i numeri che circolano sono impressionanti e parlano di piccoli eserciti addestrati con il terrore e pronti a imbracciare un mitra. Sono destini apparentemente diversi e invece raccontano della stessa realtà. Bambini e adolescenti in balìa della guerra, che della guerra manifestano il carattere più distruttivo ed orribile: il disfacimento di qualunque rispetto, tanto più per l'età la più indifesa, la cancellazione dei legami, la solitudine nel dolore, l'esposizione brutale alla violenza cieca. Omran è solo, un fratellino è stato colpito come lui e, sapremo dopo, che non ce l'ha fatta. L'altro, il ragazzo di Irkuk ha anche lui un fratellino che è appena finito come avrebbe dovuto finire lui, in un botto che ha fatto strage della gente. Ha un padre ed è lui che lo ha preparato e lo ha trasformato in una bomba. Gli ha insegnato l'odio, come si dice, lo ha indottrinato, gli ha sussurrato all'orecchio il veleno mortale, rispetto al quale la giovinezza non ha antidoti. I bambini sono vittime e, purtroppo, la guerra accomuna nello stesso destino chi muore sotto un bombardamento e chi una parola fanatica e settaria ha convinto a immolarsi per una causa di cui non sanno nulla e che riguarda padri disposti a far morire i figli pur di assecondare un superio integralista, nel nome del SuperPadre. Dio. La guerra vista dai bambini, dal punto di vista dei bambini, non risparmia nessuno di noi. E, attenzione, la guerra non deve essere un alibi. Cosa vogliamo dire dei ragazzi, un poco più cresciuti, ma non è una questione di precisione anagrafica, che a Catania hanno preso a mazzate i piccoli immigrati egiziani? Togliamo di mezzo tutta la retorica, il facile sentimentalismo buonista e anche la dietrologia di chi confeziona certe immagini, i bambini sono un resto irrisolto e irriducibile della disumanità che li circonda. I loro occhi ci dicono dell'inferno che è già. Senza redenzione?