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Un referendum, tanta cagnara

Guido Barlozzetti
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Questa storia del petrolio la capisco e non la capisco. Il petrolio mi è finito in una grande nuvola in cui non riesco più a distinguere o, se volete, è sprofondato in un pozzo in cui ci si perde nel buio. A parte il solito rovesciamento tipico di ogni referendum italiano per cui se vuoi dire sì devi votare no e viceversa, gli argomenti si contrappongono, come è giusto che sia in un dibattito, e tuttavia si caricano di significati i più vari e i più diversi. E, dunque, colpisce la limitatezza del quesito e la larghezza delle implicazioni e degli effetti che vi vengono associati dai diversi soggetti che più o meno direttamente hanno voce in capitolo. Provo ad elencare qualcuno dei temi del contendere che si aggrovigliano l'uno sull'altro. Anzitutto, una scelta fra l'ambientalismo, la salute dei cittadini, la disponibilità di un bene che è pubblico e non privatizzabile di contro a chi ricorda che quei giacimenti rappresentano una fonte di energia importante per il paese, posti di lavoro e non comportano nessun rischio ambientale. Poi, ci sarebbe un contenzioso fra le Regioni, capitanato con grande piglio dal presidente delle Puglie Emiliano, e il governo che sarebbe centralizzatore e non terrebbe in nessun conto il decentramento dei poteri. E ancora, il governo che sarebbe una propaggine delle lobby interessate e fedifraghe delle multinazionali, con ministri che farebbero da terminale degli affari del solito circuito paludoso con la politica. Di, contro, il governo che difende le scelte - e che dovrebbe fare?, Renzi che si assume personalmente la paternità dello sblocco di Tempa Rossa, punto massimo di frizione, uno dei tanti sblocchi in un paese da sbloccare.. - contesta l'idea di un paese bucolico che si illude della “decrescita felice” e lascia intendere nemmeno troppo velatamente che c'è una magistratura a orologeria che apre i cassetti al momento giusto e con tempismo sospetto e rinvia sine die le sentenze. Non basta, la disfida ormai strutturale fra la maggioranza che si personalizza nel premier e la minoranza, la sinistra del Partito Democratico che nel referendum vede la possibilità di dare una scossa all'esecutivo e al suo leader. Leader? A sentire Gianni Cuperlo, durante la Direzione del Partito democratico, no, leader no, Matteo - gli ha sibilato faccia a faccia - non ha la statura, ha solo l'arroganza del capo. Non so bene come, ma mi stupisce che con tutto questo carico di argomentazioni e con problematiche, queste sì, che riguardano lo sviluppo del Paese e i suoi indirizzi strategici, il referendum sia stato immiserito a un quesito che sembra marginale e quindi incapace di suscitare una fervente e appassionata partecipazione del Paese. E devo constatare ancora una volta come il referendum difficilmente riesca a sottrarsi alle contingenze della polemica politica e a non diventare la continuazione del confronto politico giocato con altri mezzi. Le opzioni che ciascuno di noi si trova davanti sono varie e molteplici. Andare e votare sì o no, a seconda dei punti di vista. Andare e lasciare la scheda bianca, perché sul quesito in sé non ho un'opinione o perché non mi pare fondamentale. Oppure, non andare, perché non mi interessa, sono stufo o non voglio che si raggiunga il quorum, che poi sarebbe la soglia del 50 per cento degli elettori oltre la quale il risultato è valido. Ognuno farà quello che vuole. Dico solo che mi sarebbe piaciuto che il Paese si trovasse coinvolto in una discussione matura, consapevole, documentata, sul presente e il futuro del problema energetico e sul modello di sviluppo che vi è connesso. Invece, ci ritroviamo con una domandina, tanto livore, parecchia superficialità, qualche pregiudizio, altrettanta ipocrisia e una cagnara davvero insopportabile e vacua. [email protected]