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Assenteismo, i giudici della Cassazione ammoniscono la Asl

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Paolo Di Basilio
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 “Un radicato e diffuso malcostume all'interno della Asl di Viterbo, peraltro non adeguatamente fronteggiato dall'amministrazione sanitaria”. Un giudizio pesante, che suona come un vero e proprio atto di accusa nei confronti dei vertici dell'azienda, quello espresso a novembre dai giudici del Tribunale del riesame nel dare il via libera alla sospensione della dottoressa Tiziana Riscaldati, dirigente del reparto di medicina trasfusionale, e dell'infermiera Stefania Gemini nell'ambito dell'inchiesta sui furbetti del cartellino a Belcolle. TIMBRAVANO E ANDAVANO A CASA (Leggi qui) I FURBETTI INCASTRATI DALLE TELECAMERE (vedi il video) Un giudizio fatto proprio dalla Cassazione, che, nelle motivazioni della sentenza con cui nei giorni scorsi ha confermato la misura per l'infermiera mentre l'ha negata per la dirigente (che però è stata nel frattempo comunque sospesa dalla Asl), lo evidenzia a chiare note. I giudici della Suprema Corte ripercorrono nelle motivazioni della sentenza tutte le fasi dell'inchiesta, che abbraccia il periodo novembre 2015 - febbraio 2016. La dirigente e l'infermiera sono indagate per “l'illecita utilizzazione del proprio badge, affidato a terzi per la timbratura al fine di figurare in servizio all'interno della struttura ospedaliera in occasione di numerose assenze ingiustificate dal posto di lavoro”. Le posizioni delle due donne sono comunque diverse e infatti già a fine estate il gip - negando le misure - rispetto all'utilizzo del badge le aveva separate. In particolare, per la Riscaldati era stata esclusa la gravità indiziaria “sulla base della qualifica dirigenziale”, che “non avrebbe comportato un obbligo di frequenza quotidiana della struttura ospedaliera, essendo l'indagata vincolata soltanto al raggiungimento di predeterminati obiettivi di produzione”. A novembre il Riesame - ribaltando il giudizio sulle esigenze cautelari “sulla base della rilevata sistematicità e frequenza, nel breve periodo monitorato dalla polizia giudiziaria”, dei comportamenti illeciti - mette sott'accusa però espressamente anche i vertici della Asl perché, sebbene i fatti fossero ormai noti, le procedure di controllo sarebbero rimaste immutate. Una circostanza, questa, che, fatta propria come detto dalla Cassazione, apre inevitabilmente una riflessione sulla gestione aziendale. Per ritornare alle posizioni individuali, nel ricorso in Cassazione il difensore dell'infermiera aveva fatto notare come il pericolo di recidiva e di inquinamento delle prove era da escludere visto che l'indagata nel frattempo non si occupava più di trasfusioni a domicilio, né della documentazione delle prestazioni. Pericolo peraltro, sempre secondo il legale, inesistente alla radice dal momento che i fogli trovati in possesso della donna - che secondo l'accusa sarebbero stati falsificati per inquinare le prove - erano in realtà delle fotocopie. Inoltre, il difensore aveva anche sottolineato come le operazioni di contabilizzazione fossero state trasferite ad altri uffici. I giudici della Cassazione hanno confermato l'impianto accusatorio relativo alle trasfusioni a domicilio e nelle motivazioni si rifanno all'ordinanza del gip del 2 agosto 2016 dalla quale risulta “una completa ricostruzione del sistema della contabilizzazione delle prestazioni domiciliari”. Alla fine i giudici della Cassazione hanno annullato l'ordinanza del Riesame solo nei confronti della dottoressa Riscaldati e limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando per un nuovo esame, con integrale trasmissione degli atti, al medesimo tribunale del Riesame.