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La capitale della cultura del provincialismo

Evandro Ceccarelli
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Riepilogo delle puntate precedenti. Il Comune decide pochi giorni fa di presentare la candidatura della città a capitale della cultura. In palio, un milione di euro. Se ne parlava da mesi, ma ci si riduce all'ultimo momento: la domanda, sottoscritta dal sindaco e corredata di un dossier con il programma che si intende realizzare, deve infatti arrivare a destinazione entro il 31 marzo. Viene istituita una commissione di “saggi” con il compito di lavorare alle azioni da mettere in cantiere e che, secondo il bando del ministero dei beni culturali, debbono essere innovative, contenere linee di sviluppo locale, valorizzare le industrie culturali e creative e le relative filiere produttive, favorire la rigenerazione e la riqualificazione urbana. Attenzione: siamo ancora nella fase pre-preliminare del concorso, che entrerà nel vivo solo se si verrà inclusi nella lista delle dieci città degne di contendersi il titolo che il Mibac stilerà a fine giugno. Ma a Viterbo, fedeli al motto secondo cui “il culo che non vide mai camicia, quando la vide gran festa gli fece”, anche la semplice spedizione di una domanda in carta semplice con relativi titoli allegati diventa un caso. Un affare di Stato, così decisivo per il destino dell'umanità da far passare tutto il resto in secondo piano. Amministratori e politici di maggioranza e opposizione hanno finalmente qualcosa di cui occuparsi. E dunque, Michelini, come detto, designa la commissione, appellandola - errore di grammatica - come scientifica quando a ben vedere, comparendo anche nomi di rappresentanti istituzionali ed esponenti politici che con la scienza c'entrano come i cavoli a merenda, si tratta di un comitato promotore. A presiederla - errore di sintassi - non chiama un umanista, ma un geologo: Claudio Margottini, candidato trombato di Viva Viterbo. Al suo interno - errore estetico e tattico - non mette l'unico studioso viterbese noto alla comunità scientifico-umanistica del Paese: Massimo Onofri, che, per la cronaca, è anche il cugino del capogruppo del Pd Francesco Serra. In quota opposizione (ancora Michelini) inserisce - errore di punteggiatura e di memoria - Marini, colui a cui ha rimproverato sino all'altro ieri di aver tenuti chiusi per anni il teatro e il museo. Per di più - errore di strategia - fa piovere la nomina senza coinvolgere il resto della minoranza, la quale, piccata, costringe il divo Giulio, tacciato di doppiogiochismo, alle dimissioni. Ne consegue un botta e risposta tra gli stessi Marini e Michelini che vi risparmiamo. (Servizio completo sul Corriere di Viterbo in edicola il 15 marzo 2015 o sull'edicola digitale)