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Coronavirus Viterbo, la denuncia di Marco Ciorba: "Mio padre lasciato al freddo in ospedale, andrò in Procura"

Paolo Di Basilio
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Coronavirus Viterbo, la denuncia di Marco Ciorba: "Mio padre lasciato al freddo in ospedale, andrò in Procura". Prima la lotta per ottenere il ricovero, poi quella per evitare le dimissioni anticipate e quindi il contagio di moglie e suocera 98enne. In mezzo una lotta lunga e dolorosa contro un virus infido che poteva portarlo all'altro mondo. Sembra destinato a finire sui tavoli della Procura l'incubo vissuto da Lorenzo Ciorba, il noto commercialista rimasto contagiato a metà marzo e da poco guarito, dopo 27 giorni di sofferenze. “Mio padre è a casa ma ci vorrà del tempo prima che si rimetta in sesto”, racconta il figlio, l'ex presidente del Consiglio comunale Marco. Se fosse stato per la Asl - dice - il commercialista sarebbe stato rispedito a casa senza controtampone e senza radiografia: “Ho dovuto chiamare il prefetto, l'unica istituzione che a Viterbo funziona per evitare le dimissioni anticipate di mio padre, che così avrebbero messo a rischio la vita di mia madre e di mia nonna, già miracolosamente scampate al contagio”. Marco Ciorba ha il dente avvelenato contro i vertici della Asl, ma anche contro un Comune e un sindaco “totalmente inesistenti”: “Arena mi ha chiamato solo dopo un mio sfogo su Facebook e oggi mi ha mandato un messaggio di scuse”. Nella sanità viterbese, nota Ciorba junior, da una parte ci sono gli operatori di malattie infettive, “medici e infermieri che ogni giorno sono in trincea. Papà dice che sono gli angeli che lo hanno tirato fuori dall'inferno”. Dall'altra c'è la dirigenza Asl, “che si è dimostrata molto poco organizzata e molto poco capace di fronteggiare questa emergenza”. Lorenzo Ciorba ha iniziato ad avere i sintomi del Covid giovedì 12 marzo, nei giorni successivi ai campionati juniores di nuoto nella piscina del Murialdo, il quartiere dove il commercialista risiede, e che hanno visto arrivare a Viterbo 300 giovani atleti, accompagnati da tecnici, dirigenti e genitori, anche da quelle zone del Nord Italia di lì a poco dichiarate “rosse”. “Non escludo che mio padre possa essersi contagiato in quei giorni, in ogni caso permettere quella manifestazione è stato un errore enorme”. Leggi anche: Coronavirus, muore anziana di 88 anni Intorno alla metà di marzo le condizioni di Ciorba si aggravano: la febbre sale e subentrano problemi respiratori: “Il numero verde regionale non funzionava - continua Marco - e mia madre, sempre più allarmata, ha chiamato il medico curante, Goffredo Taborri, il quale è venuto a visitare mio padre intuendo subito la gravità della polmonite e chiamando l'ambulanza”. Ciorba viene quindi trasportato al pronto soccorso, dove rimane chiuso “in una stanza senza riscaldamento” dal primo pomeriggio fino a mezzanotte: “Aveva 39 di febbre, batteva i denti e ha faticato anche per avere una coperta. E' stato pure trattato da untore da un infermiere”. Ciorba finisce in terapia intensiva, con aiuto respiratorio ma senza essere intubato. “Passata la fase acuta volevano dimetterlo: ci hanno detto o a casa o in una struttura del Lazio, senza nemmeno il controtampone per verificare se fosse ancora contagioso. A quel punto sono andato in bestia e ho chiamato il prefetto. Dopo mezz'ora per mio padre s'era trovato un posto in ospedale. Il giorno dopo gli sono state fatte le lastre e il tampone e, una volta accertata la negatività, è tornato a casa”. Per Marco Ciorba è inammissibile anche che il tampone sia stato fatto alla madre ma non alla nonna 98enne: “Come se la vita di una persona che ha fatto la guerra e ha contribuito a ricostrure l'Italia non contasse. Se anche mia madre fosse risultata positiva, mia nonna l'avrebbero portata via di casa: una che da anni vive tra la poltrona e la sua cameretta sarebbe morta sul pianerettolo. Questa pandemia ha messo in evidenza l'assoluta incapacità della nostra classe dirigente. Ma non finisce qua: quando mio padre starà meglio faremo i nostri passi”.