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L'infermiera in trincea: "Non ci sentiamo eroi. Quando un paziente si salva festeggiamo"

Personale sanitario in un reparto Covid

Andrea Niccolini
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La vera sfida al coronavirus è nei reparti di terapia intensiva e rianimazione, dove vengono ricoverati i pazienti più gravi. Al Corriere la testimonianza di una infermiera 40enne, R. M., dell'ospedale Belcolle di Viterbo. Cosa avete pensato quando vi hanno detto che vi sareste occupati dei pazienti Covid? "Nessuno sapeva cosa fare e soprattutto non sapevamo a cosa saremo andati incontro. Ci siamo ritrovati 12 ore dopo in trincea, coperti dalla testa ai piedi, completamente disorientati. Per tanti siamo degli eroi. Io non mi sento tale. E' il lavoro che ho scelto e lo vivo con passione e dedizione, come tutti i miei colleghi”. Come vengono gestiti i transiti delle persone infettate? “Sono stati organizzati dei percorsi ad hoc. I pazienti che arrivano in terapia intensiva e in rianimazione provengono dal pronto soccorso o da malattie infettive. Dopo ogni trasferimento tutti gli ambienti vengono sanificati: scale, ascensori, corridoi. L'ospedale è stato predisposto in modo che questi trasferimenti avvengano in totale sicurezza”. Qual è stata finora la fase più difficile da affrontare? “Il primo periodo è stato senz'altro il più duro. Solo adesso che ci siamo organizzati con dei turni regolari, dopo il reclutamento di infermieri e medici giovani, ci stiamo riposando un po'. Il nostro impegno quotidiano è anche volto ad aiutare i nuovi arrivati, perché ci rendiamo conto che per loro è molto più complicato. Alcuni sono passati dai libri alla prima linea. E posso assicurare che non è per niente facile”. Che atmosfera si respira tra di voi? "Siamo come una grande famiglia. Ogni giorno cerchiamo di farci forza a vicenda. Tentiamo di sdrammatizzare. La cosa che mi fa più paura non è tanto risultare positiva ai test, ma la probabilità di dover curare un collega dopo averci lavorato insieme poche ore o qualche giorno prima. Nessuno è immune a questo virus. Neanche noi che abbiamo tutti i dispositivi necessari per sentirci al sicuro, perché la vita continua fuori dal lavoro”. Cosa succede quando un paziente arriva nel vostro reparto? “Quelli che arrivano qui sono tutti in condizioni critiche. Cerchiamo di fare del nostro meglio per tranquillizzarli e distrarli per pochi minuti. Subito dopo vengono intubati. Respirano tramite una macchina e vengono alimentati da un sondino. Sono monitorati 24 ore su 24 dalle telecamere”. Un momento particolarmente significativo?  "Un paziente, qualche giorno fa, prima di essere intubato mi ha detto ‘se ce la faccio ci andiamo a mangiare una bella pizza': quando si è svegliato lo abbiamo festeggiato come se avessimo vinto i mondiali. Ecco, è il loro spirito nell'affrontare questo dramma che ci dà la forza di andare avanti”.