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L'assalto a Repubblica merita attenzione

Federico Sciurpa
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L'intimidazione di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica a Roma, l'ultima di una serie di imprese dal piglio squadrista, merita (oltre alla solidarietà al giornale) una riflessione attenta. Ha ragione Claudio Lazzaro, il giornalista autore nel 2008 del documentario “Nazirock” che - intervistato da Rainews 24, ha suggerito di distinguere i caporioni che strumentalizzano, dai giovani che si lasciano irretire e ai quali bisognerebbe rivolgersi con parole convincenti. Ci proviamo anche noi, partendo dal dato che l'ignoranza, la scarsa conoscenza della storia la fanno certamente da padrona da quelle parti. Comprensibile, d'altronde, visto che viviamo - non è solo un paradosso - nella stagione in cui migliaia di persone si iscrivono alle pagine del web dove si sostiene che la terra è piatta e dove la tv che insegue il web intervista il valoroso astronauta Umberto Guidoni, costringendolo a dire: “l'ho vista con i miei occhi, è rotonda”. Plausibile che molti non sappiano bene cosa siano stati storicamente il fascismo e i regimi che gli si sono ispirati. Questa spiegazione tuttavia non basta. Pur nel gelatinoso richiamo a esperienze storiche portatrici di lutti, soprusi e rovine di cui sostanzialmente si conosce poco e nulla, c'è tra quei giovani anche qualcosa che non ha a che vedere con il passato, qualcosa di vagamente progettuale, di cui si è fatto esperienza allo stadio, in esaltate riunioni fatte di slogan e proclami, persino nelle irruzioni mediatiche di Roma e Como e cioè l'illusione che una “fede”, un'ideologia, un credo anche raccogliticcio e violento possa servire a dar vita a un mondo d'ordine cui approdare, diverso da quello complicato generato dalla globalizzazione e lontano dai guasti della corruzione, delle clientele, dell'esclusione, del vuoto di prospettive. Un bisogno di protagonismo autoritario, un po' fisiologico (tipico dei giovani), parente dell'antipolitica, esasperato da un decennio di crisi, supportato da quel “rancore” di cui ormai è piena la società italiana (rapporto Istat). “Con gente come voi non vogliamo avere a che fare” diceva il figlio di un'amica, un ventenne che bazzica uno dei gruppi che sarebbe il caso di sciogliere al più presto, aggiungendo: “bisogna cambiare tutto, rimettere le cose a posto”. Già, cambiare tutto, rifondare l'uomo, come predicavano le ideologie totalitarie del '900, ma chi se ne ricorda. L'incongruo è non solo il fatto che tutto questo afflato riparatore si concretizzi sostanzialmente nell'odio per l'immigrato, percepito - proprio come a suo tempo era capitato agli ebrei - come la causa, la sintesi, l'essenza dei problemi, ma anche il dato per cui, nell'epoca dell'egolatria da social, si avverta questo bisogno semireligioso di appartenenza a una missione (l'idea) che trascenda il sé. Il bisogno di ideologia (per quanto rattoppata) che si salda con l'angoscia dell'esclusione. Di sicuro non ha senso liquidare il tutto come un falso problema visto che non c'è nessun pericolo fascista alle porte. E' evidente che lo stato è molto più forte e saldo di queste frange esagitate: si tratta invece di una questione etica e politica prima che di ordine pubblico. Dobbiamo abbandonare a se stessi questi giovani che non credono (più) nella democrazia, sottovalutandone motivazioni e prospettive? C'è da domandarsi piuttosto se in famiglia, a scuola, in tv, sui social riusciremo a intercettare e motivare con sentimenti diversi questi ragazzi: prima che sia tardi. [email protected]