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Intanto è arrivato un altro inverno

Michele Cucuzza
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“Con il freddo c'è già stata la prima neve ad Amatrice: i miei genitori sono sempre lì, a Sommati, in un container utilizzato chissà da chi in altre emergenze, le pareti spesse solo 10 centimetri, i termoconvettori a palla per non avere i brividi, neon all'interno, accanto la stalla di famiglia con mucche e cavalli, mio padre e mia madre come una trentina di altre famiglie di allevatori e agricoltori ai quali era stata promessa una casetta 'meno rifinita' ma più facile da far arrivare rispetto alle classiche abitazioni provvisorie. Sto con loro tutte le volte che posso, gli do conforto, anche se ormai risiedo in Abruzzo”. Maurizio Bonanni, 32 anni, un bambino di pochi mesi, cameriere stagionale, originario di una delle frazioni del comune reatino distrutto dal terremoto del 24 agosto dello scorso anno insieme ad Accumoli (241 morti , 2600 sfollati in tutta la provincia) ha la sua giovane vita incredibilmente segnata dalla terra che trema e devasta, prima a L'Aquila nel 2009, poi dal sisma del 2016 in centro Italia. Esperienze drammatiche che ha sentito il bisogno di trasferire in due libri-diario, il più recente dal titolo inequivocabile “Storia di un sopravvissuto fisicamente al terremoto 2.0” che sta per uscire per le “Edizioni Montag” di Tolentino. Al nostro giornale racconta e rievoca con l'intento soprattutto di richiamare l'attenzione su come il succedersi dei drammi nel nostro paese non sia compensato dal maturare dell'esperienza: “l'anno scorso ero a Pescasseroli di servizio in un albergo. Mi ha telefonato angosciata mia madre, mi ha detto della fuga fortunosa di pochi istanti prima sul tetto della casa accanto risparmiata dalla scossa di oltre due minuti che aveva devastato l'abitazione dove stava dormendo con mio padre, mia sorella, il marito e la mia nipotina di 4 mesi. Ho fatto i 150 km che mi separavano da loro con il fiato in gola. Alla radio notizie catastrofiche e io che rivivevo la paura e i traumi di 7 anni prima, quando studiavo fisioterapia a L'Aquila: il crollo del soffitto della stanza dove dormivo con la mia ragazza, il miracolo che ci ha risparmiati, la polvere che oscurava la vista, la corsa a perdifiato, il centro storico che non c'era più: quella notte in Abruzzo ho perduto quattro amici e una parte di me stesso. Ad Amatrice sono stato tra i primi ad arrivare, a piedi, nell'ultimo tratto era impossibile procedere in auto: i residenti e i turisti sconvolti, riuniti come fantasmi all'ingresso del paese in rovina. E' stato come rivedere un film dell'orrore: ero stato colpito ancora, prima nella città dei miei progetti, ora nelle mie radici. Sono rimasto con i miei: più di un mese in roulotte, altri 8 in un paio di stanzette che siamo riusciti ad allestire a spese nostre nella stalla di famiglia che, grazie al tetto di legno, aveva retto al terremoto. Poi il container: fine. Pur tra mille polemiche, a L'Aquila, oltre alla new town, dopo tre mesi c'erano i famosi MAP, moduli abitativi provvisori, tutto sommato dignitosi. Ad Amatrice, dopo più di un anno, è ancora emergenza: le macerie sempre lì, nessuno le tocca, la consegna delle casette provvisorie sparpagliate nella conca tra le 69 frazioni del comune, da Sant'Angelo a Fraizzone, ancora incompleta. Intanto è arrivato un altro inverno. Se in questi 15 mesi ognuno di quelli che si sono fatti vedere, ministri, politici, curiosi, si fosse portato via una sola pietra, a quest'ora Amatrice sarebbe perlomeno ripulita”.