michele cucuzza bianco e nero

Il duro rientro del prof

06.10.2017 - 13:08

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“Per la mia casa in Indiana ho avuto il permesso di costruzione in 24 ore, qui ci sono voluti 4 mesi , relazioni geologiche, ambientali , carte a non finire”.
Michele Chiuini è da poco rientrato nella sua Perugia da docente universitario pensionato, dopo 28 anni trascorsi negli Stati Uniti.
Un’ottima occasione per un confronto tra i due paesi, su come sono cambiate le cose qua e là nel quotidiano, fuori dai luoghi comuni. 68 anni, ingegnere e architetto, moglie giapponese, un figlio in un ristorante macrobiotico a Città di Castello, l'altro anche lui ingegnere a Washington, il prof. Chiuini si racconta volentieri.
Gli States, avanzati tecnologicamente, erano il suo sogno giovanile. Ci è arrivato però solo 40enne, dopo anni passati in Gran Bretagna, dove ha insegnato architettura: l'università di Ball State, in Indiana, gli aveva offerto un posto di docente di composizione architettonica per un anno.
C'è rimasto fino al luglio di quest’anno, quando è andato in pensione.
“Un'esperienza molto positiva” racconta “ambiente di lavoro ottimo, molto spazio per le attività di ricerca oltre che per l'insegnamento, studenti di alto livello, paga buona, opportunità di viaggiare”.
La vita negli Stati Uniti? “Comoda, le cose funzionano, non ci sono i problemi burocratici che affliggono l'Italia, le transazioni sono molto più facili, le attività commerciali sono organizzate per soddisfare il cliente: se un prodotto preso al supermercato lo riporti indietro, ti restituiscono immediatamente i soldi spesi”.
L'Indiana è uno degli storici stati industriali d'America, quelli dai Grandi Laghi fino al Midwest, sedi dell'ormai famosa 'rust belt', le acciaierie e le fabbriche d'auto in buona parte in crisi, dove più consistente è stata la 'sorpresa Trump': “io ho votato Clinton” precisa Chiuini, che ha il doppio passaporto. “E' stata una svolta notevole, dovuta ai ceti emarginati e impoveriti da globalizzazione e delocalizzazione, tagliati fuori malgrado le aspettative suscitate da Obama”. Il rientro in Italia? “Soprattutto per ritrovare mia madre, le mie sorelle, i vecchi amici, di nuovo a casa mia. Ritorno felice, come immaginavo. Più difficili da sopportare pratiche e documenti che ti sono imposti per ogni cosa: tra balzelli e burocrazie tutto è costoso e lento. La carta d'identità non la dà più il Comune ma il ministero dell'interno, per avere la residenza ci sono voluti 60 giorni. Per aprire un conto in banca o operare on line, i passaggi di sicurezza richiedono tempi più lunghi che in America. Ci dovremo abituare”.
Com'è cambiato il nostro paese in quasi un trentennio?
“Per l'americano medio è sempre il Bel Paese dov'è invidiabile vivere. In realtà, oggi salta agli occhi la presenza diffusa degli immigrati, in Italia come in tutta Europa, anche se a Perugia, dove c'è maggiore assistenza, si nota meno. La giustizia è rimasta lenta, la pubblica amministrazione farraginosa, le tasse scoraggiano le piccole e medie imprese, e pure i dipendenti. La modernizzazione si avverte di più nelle reti di trasporto, ferrovie in testa. Con il mezzo pubblico, autobus compresi, bene o male in Italia si arriva dappertutto: negli States c'è sempre bisogno della macchina. Altre differenze: i servizi pubblici, almeno in teoria, accessibili a tutti, dalla sanità (negli Usa oggetto di grandi controversie) all'università: malgrado questo colpiscono i tanti giovani che vanno via in cerca di lavoro”.

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