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Corsi di recupero per il 6 in Italiano

Michele Cucuzza
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Per favore, non facciamo finire in una bolla di sapone la denuncia contenuta nella lettera aperta di 600 docenti universitari inviata al presidente del Consiglio, alla ministra dell'Istruzione e al Parlamento: “troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente, con errori appena tollerabili in terza elementare.  Alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”. Apriti cielo, nella terra di Dante. E delle polemiche. Ed ecco, immancabile, l'inseguirsi e il rinfacciarsi delle accuse: è colpa della scuola permissiva e sessantottina che non boccia mai; no, sono i giornalisti e i media che non sanno esprimersi correttamente; la responsabilità è di internet, dei social con i post obbligatoriamente brevi che costringono a sintesi impossibili; e pure del T9, il correttore automatico dei messaggini. E così via: intanto c'è chi come il sito studenti.it si è dato da fare per evidenziare gli errori e i dubbi più comuni dei nostri giovani (e non solo). Per esempio: da o dà, si o sì, un amico o un'amico, qual è o qual'è, un po' o un pò, se stesso o sé stesso, dasse o desse, proficuo o profiquo e così via in un crescendo di orrori, fino agli scambi più inquietanti: a oppure ha, e o meglio è? Aiuto. In verità non è la prima volta che l'allarme viene lanciato e non solo a scuola. Sette anni fa in croce erano finiti i futuri procuratori legali; rileggiamo “La Stampa. it” del 15 febbraio 2010: “habbiamo” invece di abbiamo. Oppure “correzzione” con due zeta. O “violenza delle norme” anziché “violazione” delle norme. Gli strafalcioni commessi dagli aspiranti avvocati alle prove d'esame per l'ammissione all'albo comparivano proprio su “La Stampa.it”. Uno dei commissario dichiarava: “per un motivo o per un altro, abbiamo mandato all'orale solo una media di tre candidati su dieci. E con grande fatica”. Cosa si è fatto in questi anni per cambiare le cose? Nulla di sostanziale, che ci risulti. Né possiamo consolarci invocando il consueto “così fan tutti”, e mica solo nella lingua madre, ricordando ad esempio che già nel 2004 gli studenti liceali americani avevano avuto pessimi risultati a confronto con gli studenti di altri Paesi, soprattutto cinesi, nei compiti di matematica e scienze al punto da spingere le autorità scolastiche statunitensi a importare dalla Cina programmi di studio e insegnamento. In particolare, già 13 anni fa, gli studenti Usa non erano più leader mondiali ma erano scivolati fino al 28esimo posto nella prova di matematica. L'Italia non poteva neanche allora rallegrarsi: i nostri studenti erano arrivati dietro gli americani. Ne è passata di acqua sotto i ponti ma - tornando agli errori d'italiano dei nostri giovani - oggi le cose non sono cambiate se non peggiorate. I nostri ragazzi non sanno scrivere perché non leggono, né a scuola né a casa, in famiglia: un italiano su 5 - ci racconta l'Istat - non sfoglia mai un giornale e non legge libri. Non solo: nella vulgata del senso comune che si diffonde anche in politica l'ignoranza è percepita come innocenza, come estraneità alla paccottiglia del passato, anche il più recente, con il quale non ci si vuole “sporcare” e che dunque si rifiuta in toto, paradossalmente anche nella correttezza del proprio esprimersi. Come meravigliarsi poi del dilagare delle “fake news”? Chi ha voglia di controllarne la veridicità se fa fatica persino a comunicarle e, a questo punto c0è da crederlo, persino a capirle? Al contrario, conoscere la propria lingua significa aver voglia di tenersi aggiornati, di approfondire, di affermare se stessi e la propria indipendenza alimentando spirito critico e cura. Visti i tempi, nell'epoca della famiglia 'fragile', sarebbe inammissibile non intervenire a scuola. Considerando che pure un grande come Van Gogh sosteneva che dire una cosa bene è altrettanto difficile che dipingerla.  [email protected]