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La mattanza di Napoli e l'esempio di Airola

Michele Cucuzza
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"Se davvero l'esercito della camorra conta a Napoli 2mila giovani dediti a spaccio di droga, usura, estorsioni certo che occorre ripristinare il controllo del territorio, ma bisogna contemporaneamente aiutare tutta la società a crescere nell'economia legale e nella cultura. Un compito che tocca alla politica, alle istituzioni, al paese nel suo insieme. Questi sono figli della nostra società deprivata e povera: a scuola ci sono andati a malapena o sono analfabeti di ritorno. Anche vivendo in una città bellissima, viva, piena di sapere, se crescono in sacche dove lo spaccio di droga avviene in tutti gli angoli come a Scampia, dove le famiglie non fanno altro, la devianza è la loro normalità, quello che hanno sempre visto fare, nutriti dalla certezza che è così che si vive e si fanno i soldi”. A accendere un faro diverso sull'emergenza a Napoli è una persona che vive di impegno concreto e che nella devianza che contrasta con sensibilità è immerso da 23 anni: Antonio Di Lauro, direttore dell'istituto penale minorile di Airola, in quella provincia di Benevento incuneata nel casertano meno esposto alla contaminazione della criminalità. Prima educatore, poi vicedirettore dello stesso istituto, da un biennio è alla guida di una struttura che ospita 35 giovani dell'area napoletana, finiti dentro dai 14 anni in su, compresi quelli rimasti fino ai 25 per non interrompere il percorso di riabilitazione. A vederli non si distinguono in nulla dai loro coetanei, capelli e barbette ben curati, tatuaggi: sono ad Airola per spaccio e rapina soprattutto, ultimamente - in seguito alla “paranza dei ragazzini” in corso nei quartieri - anche per omicidio e tentato omicidio. Otre agli agenti di polizia penitenziaria, si occupano di loro 7 educatori, uno ogni 5 detenuti, mentre tra gli adulti - nelle carceri - il rapporto è sceso ormai in modo impressionante a uno ogni 200. I recidivi sono numerosi, tuttavia la squadra di Di Lauro, compresi psicologi, medici e volontari, nello sforzo di individuare difficoltà e esigenze di ciascun ragazzo, può vantare anche storie di successo: due giovani, lasciatisi alle spalle passato e luoghi dell'apprendistato criminale, dopo 5 anni in istituto hanno scelto di vivere ad Airola dove oggi fanno uno il pasticcere, l'altro, presa la triennale in giurisprudenza, il maestro di taekwondo in palestra. Qualcuno ha tagliato i ponti andando a lavorare all'estero oppure si è rimesso in riga con l'aiuto delle famiglie non coinvolte nella criminalità. La trasformazione graduale (“quando i ragazzi rispondono” nota Di Lauro) passa per la scuola interna all'istituto e le attività culturali - portate qualche volta fuori, tra la gente - a partire dal teatro, fondamentale perché dà loro l'autostima che non hanno oltre al rispetto dell'altro. Fanno anche un giornalino, ma i soldi per stamparlo non ci sono, anche qui c'è la spending review. In certi casi le dissociazioni avvengono pubblicamente tra i ragazzi dell'istituto: nessuna illusione, tuttavia, sulla difficoltà del momento. “A Napoli c'è un problema sociale, non solo di sicurezza. C'è carenza di lavoro come di legalità, alla disoccupazione si associa l'assenza di cultura, si concepisce solo il guadagno facile, il ruolo di rilievo da conquistare senza sacrifici. Invece di giudicare secondo luoghi comuni, ci si dovrebbe impegnare: si prenda esempio da Gianni Maddaloni che a Scampia insegna judo e legalità e dalle tante associazioni d'eccellenza come ‘Scugnizzi' che a Napoli svela ai ragazzi i segreti dei veri pizzaioli e poi li manda a lavorare presso imprenditori sensibili: anche alcuni dei nostri giovani, il mercoledì, preparano la pizza che viene distribuita ai poveri. Realtà da sostenere concretamente: a Barra, la cooperativa ‘Il tappeto di Iqbal', che fa giocare i figli di camorristi,non riusciva a trovare una sede. Le istituzioni dovrebbero saperlo: è soprattutto la prevenzione che dà la sicurezza”.