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Gettò imprenditrice nella scarpata, condannato a 14 anni

Paolo Di Basilio
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Le fracassò il cranio e la scaraventò giù da un burrone, condanna a 14 anni per Samuele Viale. Il ventunenne di Limone, rintracciato al reparto di psichiatria dell'ospedale a quattro giorni dai fatti, aveva confessato l'omicidio dell'imprenditrice 59enne viterbese Giuseppina Casasole, avvenuto la notte del 30 maggio di due anni fa, nel vallone di San Giovanni, in Piemonte. Riconosciuto nei suoi confronti un vizio parziale di mente da parte del gup di Cuneo, Cristina Gaveglio, che in corso di dibattimento con rito abbreviato ha emesso la sentenza di colpevolezza, seppur attenuata. Un verdetto per certi versi sorprendente, dopo le due perizie psichiatriche, predisposte una dal gip e l'altra in fase di udienza preliminare, che avevano decretato come l'operaio idraulico fosse “incapace di intendere e volere” il giorno dell'omicidio, nonché “socialmente pericoloso”. Allo stesso tempo, però, “in grado di partecipare coscientemente al processo”. Il pubblico ministero Carla Longo aveva chiesto il massimo della pena, tenendo conto del rito alternativo, ottenuto dal legale del giovane, Luca Ritzu, rimasto decisamente perplesso dalla pronuncia: “La legge consente al giudice di discostarsi dai referti medico-scientifici sulla salute mentale del mio assistito, ma ho grande stupore per quanto deciso. Sono curioso di leggere le motivazioni”. Motivazioni che arriveranno entro 90 giorni. Soddisfazione è stata invece espressa dal difensore di parte civile, Francesco Massatani, che assisteva il figlio della vittima: “Posso ritenere che i sostanziali dubbi sorti a noi di parte civile, siano venuti al giudice che ha dovuto deliberare. Ovvero – spiega l'avvocato - l'inattendibilità della perizia rispetto ai comportamenti fattuali dell'imputato che per noi non erano compatibili con un vizio di mente”. L'indagine difensiva aveva posto agli atti certificazioni Asl che attestavano l'abilitazione alla guida dei ciclomotori ed escludevano la presenza di malattie invalidanti o psichiatriche, nei confronti dell'unico indagato. A cui veniva anche contestato come nell'immediatezza dei fatti si fosse sciacquato in un fiume, portando poi a lavare i vestiti, “per depistare o rendere disagevole l'indagine”. Un comportamento, almeno apparentemente, del tutto razionale, secondo Massatani che fa riferimento anche a deposizioni a suo avviso “non sempre schiette e veritiere, ma già orientate ad una tutela nel processo”. Viale non avrebbe infatti mai descritto la dinamica per come sarebbe stata poi dedotta dall'autopsia. L'anatomopatologo ha relazionato di un decesso dovuto allo sfondamento della calotta cranica, tramite un corpo contundente, non ritrovato. Ma davanti agli inquirenti ha riferito tutt'altro, raccontando di aver solamente spinto nella scarpata la sessantenne originaria di Bolsena, giunta a Limone per stare con la figlia che viveva lì, “indotto da voci, sotto l'effetto di lsd”. Intanto, l'avvocato Ritzu ha già fatto sapere che presenterà appello.