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Scarica file pedopornografici, condannato

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Paolo Di Basilio
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Condannato per il possesso di migliaia di file pedopornografici, ma secondo i giudici non c'è stata divulgazione. Il tribunale di Viterbo in composizione collegiale (Silvia Mattei presidente, Giacomo Autizi e Rita Cialoni a latere) ha condannato a 1 anno e 4 mesi un 39enne di Sutri per la detenzione, nel suo computer, di foto e filmati pornografici con protagonisti bambini. File che erano stati scaricati con Emule – un software per condividere e scambiare documenti, foto e video – e per questo all'imputato era stata contestata anche la divulgazione di materiale pedopornografico, reato che prevedeva pene molto più severe. La sentenza è arrivata dopo una camera di consiglio durata una ventina di minuti.  Prima c'era stato l'esame. Il 39enne ha ammesso di aver scaricato quei file – secondo gli accertamenti erano quasi 50.000 – ma di essersi reso conto del suo contenuto solo in un secondo momento. “Il mio errore è stato di non cancellarli”, ha detto in aula. Tuttavia l'imputato ha dichiarato che una volta scaricati i file venivano quasi immediatamente trasferiti dalla cartella di condivisione (visibile in rete) a quelle locali presenti nell'hard disk del suo portatile. Il pm Stefano D'Arma nelle sue conclusioni ha sollecitato l'assoluzione per la divulgazione perché i tecnici della polizia postale trovarono appena 3 file nella cartella condivisa, chiedendo invece la pena di 1 anno e 4 mesi e 1.000 euro di multa. Il difensore dell'imputato (l'avvocato Vincenzo Petroni) ha puntato invece sulla “pena” che il suo assistito ha già scontato per “la gogna mediatica al quale è stato sottoposto”. Dopo la perquisizione la moglie se n'è andata di casa e sono in corso le pratiche per la separazione, inoltre l'uomo non può avvicinare – dopo un provvedimento del tribunale – le sue due figlie oggi adolescenti. L'avvocato ha depositato diverse sentenze che dimostrano come il semplice download di file da programmi “peer to peer” - che prevede appunto anche la condivisione di pezzi dello stesso file – non possa configurare il reato di divulgazione. Per la detenzione di quei video e quelle foto l'imputato ha ammesso la colpa ed il difensore ha sollecitato dunque “un gesto di clemenza” ai giudici il minimo della pena anche perché “lui non ha girato alcun filmato, li ha scaricati da internet, quello sì, ma non  ha realizzato lui quei video e quelle foto”. Dopo il verdetto del tribunale l'avvocato Petroni ha sottolineato che “i giudici hanno riconosciuto il corretto comportamento processuale del mio assistito che fin dal primo momento ha collaborato fornendo per esempio lui stesso la password per accedere al computer”. Il 39enne si è detto pentito e pronto a continuare un percorso terapeutico di tipo psicologico.