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"Siamo sicuri che è un omicidio di mafia"

Paolo Di Basilio
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“La mia fede incrollabile nella giustizia mi lascia sempre un barlume di speranza ma purtroppo, con l'estromissione della parte civile dal processo, la strada era stata tracciata”. La strada di cui parla l'ex magistrato Antonio Ingroia è quella che ha portato, mercoledì scorso al tribunale di Viterbo, alla condanna a 4 anni e 5 mesi di Monica Mileti, l'impiegata romana accusata di aver ceduto la dose letale di eroina ad Attilio Manca, l'urologo di Belcolle trovato morto nel febbraio 2004 nella sua casa di Viterbo. Per Ingroia, che in qualità di avvocato difende la famiglia Manca, è stata la mafia, o “è Stato la mafia” per citare il libro di Marco Travaglio, e non l'eroina, ad uccidere l'urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto, perché “colpevole” di aver operato a Marsiglia il boss della mafia Bernardo Provenzano, morto nel luglio scorso. Manca, è la tesi di Ingroia e della famiglia del medico, sarebbe stato eliminato, con la complicità di apparati dello Stato (quelli che sarebbero scesi a patti con Cosa nostra), perché testimone scomodo. Di tutt'altro avviso la Procura di Viterbo che alla pista del delitto di mafia non ha mai creduto. MONICA MILETI CONDANNATA (Leggi qui) "NON SI E' FATTA GIUSTIZIA" (Leggi qui) Avvocato Ingroia, lei ha parlato “di giustizia inaudita” in merito alla sentenza emessa dal giudice Silvia Mattei "L'estromissione della parte civile ha impedito che nel dibattimento venissero introdotti testi e testimonianze che avrebbero consentito al giudice di valutare i fatti in maniera diversa. Ricordo anche che signora Angela Manca, nobile donna che ha raccontato tante cose in tante sedi diverse, è stata liquidata al processo in un paio di minuti, con il procuratore, sempre presente a tutte le fasi del processo, che quel giorno neanche mise piede all'udienza". Ma quali sono le prove che si sia trattato di un delitto di mafia? "Prove dirette e indirette, a cominciare dalle testimonianze rese da alcuni collaboratori di giustizia, l'ultimo dei quali, Giuseppe Campo, da me ascoltato il mese scorso, ha asserito di essere stato incaricato di sparare a Manca nel dicembre 2003 e poi di essere stato bloccato nel momento in cui si era optato per un'eliminazione più silenziosa a Viterbo. Di qui la messa in scena del suicidio attraverso la droga".  INTERVISTA COMPLETA SUL CORRIERE DI VITERBO DEL 31 MARZO O NELL'EDICOLA DIGITALE