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Quando un 14enne si uccise in mezzo ai cocci di bottiglia invocando il nome della madre morta

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Evandro Ceccarelli
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La memoria, dopo la tragedia di Soriano, corre subito a un precedente. Il più angoscioso che, negli ultimi decenni, si sia registrato nella Tuscia. A togliersi la vita, sui Cimini, un quattordicenne. Una fine, la sua, che sembra abbia avuto dei testimoni. Qualcuno, infatti, raccontò ai carabinieri di averlo sentito implorare, nel buio, il nome della madre morta. Ma, allora, chi ascoltò quelle parole rotte, gridate nell'oscurità, non pensò affatto che, a pronunciarle, fosse stato un minore; e che, in quello stesso momento, si stesse uccidendo. Lo trovarono il giorno dopo, ormai morto, in mezzo ai cocci di bottiglia, in un angolo abbandonato e fuorimano. Indagarono i carabinieri. Allora, delle motivazioni del gesto, non trapelò nulla. Che si trattasse di suicidio, anche per le modalità - un colpo d'arma da fuoco, si disse - non c'erano dubbi. Il disagio del ragazzo, agli investigatori, apparve chiaro: familiare e morale. Un dramma di solitudine; di quei drammi che, anche a quell'età, possono attanagliare un'anima. Lo sgomento che circondò l'accaduto fu forte in tutto il circondario. E ci fu anche chi, ripensando a quella notte, si chiese se, dando maggior credito a quei lamenti, non fosse possibile salvarlo, il piccolo straniero. Una domanda destinata però a restare senza risposta, e uno di quei dilemmi che, per anni, possono assillare una coscienza.