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Arsenico, condannato il Comune

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Paolo Di Basilio
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I Comuni che non forniscono acqua potabile, “contrariamente a quanto contrattualmente e normativamente dovuto”, possono essere condannati al risarcimento del canone. E' accaduto nei giorni scorsi all'amministrazione di Roncigione, che aveva presentato appello al tribunale ordinario contro una sentenza del giudice di pace, che, in seguito ad un'azione intrapresa da tre cittadini, l'aveva condannata in prima istanza a rifondere loro, appunto, il canone idrico. La condanna era avvenuta “a seguito della somministrazione e vendita dal gennaio 2008 di acqua non potabile e comunque priva dei requisiti di legge per l'accertato superamento dei parametri massimi consentiti, per arsenico, fluoruri e micrositina ad alga Planktotrix Rubescens e Uranio 238”. Di fatto, il giudice ordinario (in questo caso Federico Bonato), che funge da organo di appello per le sentenze del giudice di pace, ha confermato quanto stabilito in primo grado e inoltre, “considerata la palese temerarietà dell'appello”, ha condannato l'amministrazione anche al pagamento di ulteriori 500 euro. Da considerare che quella di Bonato è la prima sentenza emessa dopo il giudizio della Cassazione, riunita a sezioni unite, secondo la quale la competenza per controversie di questo tipo appartiene proprio al giudice ordinario. La decisione di Bonato potrebb aprire la strada a centinaia di richieste danni contro i Comuni che gestiscono ancora in proprio gli acquedotto e contro Talete, considerato anche il richiamo arrivato dall'Europa per il malfunzionamento dei dearsenificatori. Secondo le organizzazioni dei consumatori, attualmente sarebbero circa 400 procedimenti pendenti presso il giudice di pace, 300 contro Talete e 80 contro lo stesso Comune di Ronciglione. “E' evidente - si legge nelle sentenza - che l'erogazione di acqua non conforme ai valori minimi di potabilità sia prospettabile come un inadempimento contrattuale e, in quanto tale, integri il presupposto o la causa mediata dell'evento lesivo”. Il giudice ha contestato inoltre “l'argomentazione circa la differenza tra somministrazione di acqua per uso domestico e per uso potabile al fine di escludere che il Comune si sia mai assunto l'obbligo di fornire acqua potabile nelle case dei propri cittadini. L'espressione uso domestico ricomprende in sé il concetto di acqua potabile essendo la stessa omnicomprensiva”.