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I due fratelli di Montalto indagati per caporalato tornano in libertà

Andrea Niccolini
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Tornano liberi i fratelli italiani accusati di caporalato ai danni di 30 braccianti agricoli rumeni e marocchini delle campagne di Montalto di Castro. Invece rimane agli arresti domiciliari il terzo indagato, un 37enne rumeno residente a Montalto, titolare di un'impresa agricola che si occupava di reclutare i braccianti per conto dell'azienda dei due fratelli. Ieri mattina al tribunale di Civitavecchia ci sono stati gli interrogatori di garanzia per i tre, i quali sono accusati, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I due imprenditori e l'amministratrice d'azienda sono indagati per minacce e sfruttamento di lavoratori agricoli, che per il pm Allegra Migliorini erano costretti a lavorare anche per 12 ore al giorno in condizioni precarie. I due italiani che hanno goduto del ritiro dell'ordinanza di restrizione sono un 40enne residente a Canino, che dal 25 aprile, dopo un blitz dei carabinieri di Tuscania, era agli arresti domiciliari; e la sorella 33enne, che risiede a Cellere, che era stata interdetta temporaneamente dal gestire l'azienda. “Siamo contenti della libertà riavuta dai nostri assistiti”, spiega l'avvocato Fausto Barili, che difende i due italiani insieme al giuslavorista viterbese Severino Fallucchi. “Abbiamo risposto alle domande del gip, e spiegato al giudice di aver sempre pagato i lavoratori e di non aver mai avuto rapporti diretti con i braccianti, in quanto i nostri assistiti si affidavano all'imprenditore rumeno (l'altro indagato, ndr) in qualità di contoterzista”. Barili ha cercato di spiegare al giudice la non fondatezza delle accuse del pm: “Non è fittizio, come supposto, il contratto che legava i nostri assistiti all'intermediario (l'altro indagato): le obbligazioni sono sempre state onorate. Inoltre, non c'è mai stata ingerenza nel rapporto con i braccianti, in quanto il loro datore di lavoro era il rumeno”. Marco Fedele è uno dei due avvocati che difendono il terzo indagato, ed è affiancato dalla collega Federica Bonini, anche lei del foro di Civitavecchia: “Abbiamo risposto alle domande del gip e abbiamo offerto una lettura dei fatti diversa da quella del pm, anche avvalendoci del deposito di diversi contratti che l'impresa agricola nel 2019 aveva concluso, e rispettato, verso tanti lavoratori con cui non c'era stata alcuna criticità: l'azienda del mio assistito è seria e ha lavorato per molti committenti nella raccolta di ortaggi”. Fedele respinge l'ipotesi di sfruttamento di braccianti bisognosi. “Gli alloggi dati dall'impresa erano case affittate regolarmente e dignitose – aggiunge - Soprattutto abbiamo dato atto di pagamenti effettuati ma non ben evidenziati nel quadro investigativo”. Da qui, Fedele ha chiesto al gip di fare uscire il rumeno dai domiciliari o almeno di attenuare la restrizione: “Attendiamo l'esito della richiesta e, se non dovessimo avere soddisfazione, ci rivolgeremo al tribunale del riesame”. Infine, il difensore fa sapere che l'impresa agricola è inattiva e in fase di chiusura da ottobre 2019: “Impossibile reiterare l'eventuale reato”.