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“Sostanze chimiche nel 90% delle acque superficiali”

Paolo Di Basilio
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Il 90% delle acque superficiali della provincia di Viterbo è contaminato da fitofarmaci. Sono dati decisamente allarmanti quelli emersi ieri pomeriggio dal consiglio comunale straordinario dedicato ai principali fattori di rischio per la salute dei cittadini, e in particolare proprio all'utilizzo smodato di prodotti chimici in agricoltura. E' stato il professor Pietro Paris dell'Istituto superiore per la protezione ambientale ad anticipare i risultati di un focus sulla provincia di Viterbo che verrà presentato nelle prossime settimane. I controlli sono stati compiuti su 20 acque superficiali e 29 acque profonde: nel primo caso la presenza di fitofarmaci è stata rilevata in 18 punti, nel secondo solo in due punti (a Bagnoregio e Tarquinia), “ma la nostra è una conoscenza scadente – ha sottolineato Paris – perché molte delle sostanze ricercate sono ormai fuori commercio”. “Oggi parla la scienza”, ha detto introducendo i lavori la capogruppo del Pd Luisa Ciambella, prima firmataria della richiesta di un consiglio straordinario, che ha presentato una proposta che impegna il sindaco Arena a farsi promotore di un coordinamento giuridico tra i colleghi della Tuscia per monitorare il fenomeno. Un fenomeno, quello appunto relativo all'uso dei fitofarmaci, che sta tenendo banco in questo scorcio di estate viterbese, in particolare a seguito di ordinanze particolarmente restrittive emanate da alcuni sindaci, da ultimo quello di Fabrica di Roma Mario Scarnati, che ha disposto controlli in notturna e chiesto all'istituto superiore di sanità numeri aggiornati sull'incidenza dei tumori nel suo comune. Di numeri, durante la seduta di ieri, ne sono stati dati parecchi, alcuni nuovi altri meno, alcuni allarmanti altri meno. I primi li ha forniti la dottoressa Angelita Brustolin, responsabile scientifico del registro tumori della provincia di Viterbo: in media ogni anno nella Tuscia vengono diagnosticati poco più di 2000 nuovi casi di tumore (1104 tra gli uomini e 915 tra le donne). Anche in questo caso si tratta di un'anticipazione del nuovo rapporto. “Il tasso standardizzato nella nostra provincia – ha spiegato la Brustolin – è inferiore a quello regionale, mentre la mortalità è lievemente superiore”. Nel dettaglio i tumori più diffusi sono quello alla prostata negli uomini (17%) e quello alla mammella nelle donne (26%). Seguono il tumore al polmone negli uomini (15%) e quello al colon retto nelle donne (15%). L'equazione tumori=veleni ambientali – la vulcanica Tuscia in questo senso non si fa mancare nulla: dall'arsenico nell'acqua al radon nell'aria, passando appunto per i pesticidi nei terreni – per la dirigente Asl è però difficile da dimostrare, soprattutto perché, come ha spiegato, questa provincia è ormai abitata soprattutto da anziani, quindi da persone più soggette a malattie: un quarto della popolazione complessiva ha più di 75 anni. Ipertensione, diabete, ipotiroidismo, broncopneumopatie, demenza e sclerosi multipla: queste le patologie più diffuse, la cui incidenza è comunque inferiore a quella regionale. Meritevole di maggiori approfondimenti, secondo la Brustolin, è il dato sulla leucemia, che insieme a quello dei melanomi, nell'arco di tempo 2006-2014 ha fatto registrare un trend in aumento. E se l'alto numero di tumori alla pelle può essere messo in relazione “con la maggiore pressione diagnostica”, l'aumento delle leucemie è invece tutto da spiegare. La Asl, che si occupa del rilascio del patentino e dell'organizzazione di appositi corsi per l'utilizzo dei prodotti fitosanitari (527 nel periodo 1989-2018 per un totale di 14.403 agricoltori), ha rivendicato anche l'efficacia dei controlli. Su quanto la popolazione della Tuscia sia sottoposta ad agenti inquinanti si è soffermata anche il direttore generale della Asl Daniela Donetti, invitando tutte le istituzioni a una convergenza di obiettivi. Alla dottoressa Daniela D'Ippolito della Uoc di Epidemiologia ambientale del Dep della Regione Lazio, è toccato il compito di ricapitolare i dati sull'arsenico, frutto di un'indagine oggi ormai datata (risale al 2012) su 175 mila residenti di 17 comuni della provincia. Se la connessione tra arsenico e tumori al polmone, ha spiegato la D'Ippolito, è ormai assodata, i rischi riguardano anche le patologie cardiovascolari e il diabete. “In assenza di certezze bisogna avere prudenza”, ha scandito da parte sua il professor Umberto Moscato, dell'Istituto di sanità pubblica dell'Università cattolica del Sacro cuore di Roma, secondo cui è “impossibile determinare la soglia di rischio per i fitofarmaci”, in quanto l'impatto di esposizioni croniche anche a bassi quantitativi di queste sostanze è oggi sconosciuto. Sia Paris che Moscato hanno inoltre messo in guardia dai pericoli delle miscele: i prodotti chimici in agricoltura vengono spesso usati in combinazione e se le singole sostanze chimiche (197 sono classificate come estremamente pericolose) prima di essere messe sul mercato vengono testate, il cocktail può essere potenzialmente esplosivo per la salute umana. I dati dell'Oms d'altra parte parlano chiaro: nel mondo l'inquinamento chimico produce 1,6 milioni di morti l'anno.