Viterbo

La Statua della Libertà "copia" di un'opera di Pio Fedi

03.11.2014 - 15:29

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Viterbo – New York passando per Parigi. La vera ed incredibile storia del simbolo per eccellenza del mondo libero.

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa……e la vedeva. E’ una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo…la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte…magari era li’ che si stava aggiustando i pantaloni….alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare…..e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’AMERICA.
(A. Baricco)

Questo è l’emozionante inizio del monologo “Novecento” di Alessandro Baricco che è stato poi fonte d’ispirazione per Giuseppe Tornatore nel suo capolavoro “La leggenda del pianista sull’oceano”. Quel grido, l’AMERICA, è però anche l’essenza vera del XX Secolo. In quel piroscafo chiamato Virginian ce ne saranno stati mille, come dice l’autore, ma nelle tante traversate oceaniche d’inizio secolo milioni gli Italiani trasferitisi nel “nuovo mondo”. Ciò che accomunava all’unisono gran parte di quei viaggiatori era la speranza, il desiderio di rivincita e soprattutto “l’american dream”, il cosiddetto sogno americano. La carenza di lavoro, la voglia di rimettersi in gioco, il riunirsi con le famiglie già presenti nelle città Statunitensi era la grande forza che li spingeva ad affrontare la lunga avventura nella “terra promessa”.
Tra il 1880 e il 1915 quattro milioni di nostri connazionali approdano negli Stati Uniti, con il tetto massimo di arrivi di un milione nel solo anno 1917. Dal 1924 i maggiori controlli richiesti dal governo di Washington in attuazione ai limiti imposti dalle leggi dell’epoca riducono sostanzialmente il flusso migratorio dal vecchio continente. Dall’Europa partono soprattutto Irlandesi, Francesi, Inglesi e naturalmente Italiani. Tra questi, gente che hanno fatto la storia d’America, come i Kennedy, come Einstein, come i Sinatra, come i De Niro, come i Cuomo, come i Giuliani, come i Coppola, come i La Guardia e perfino nel male come Al Capone, Lucky Luciano e molti altri. L’America di oggi è un po’ figlia di quel fenomeno che è stato parte integrante del Novecento poiché molte di quelle famiglie, formatesi dalla grande emigrazione di massa, ne costituiscono l’attuale tessuto sociale, economico, politico ed imprenditoriale. Si approdava su un’isola di nome Ellis Island, bagnata dal fiume Hudson nella città di New York, che costituiva la porta d’ingresso e la fine di un’interminabile ed estenuante viaggio attraverso l’Oceano.
Il punto di contatto tra il vecchio e il nuovo mondo, l’apoteosi di quell’emozionante grido di cui parla Baricco era però esclusivamente LEI; la grande statua di donna, la fiaccola della speranza, il simbolo universale della fratellanza. Tra la foschia dell’atlantico, ancor prima di Ellis Island, dei grattacieli, del porto e della nuova vita, a segnalare l’arrivo verso il “sogno” spiccava LEI, incontrastata e sontuosa, la meravigliosa Statua della Libertà, oggi bene protetto dall’Unesco e patrimonio dell’Umanità. Una bella signora alta 93 metri di acciaio e rame su una base di granito, visibile a 50 km di distanza, con la mano destra alzata che tiene in pugno la fiaccola della libertà, con la sinistra la dichiarazione d’indipendenza, in testa una corona a sette punte e ai piedi catene spezzate, straordinario simbolo di liberazione degli oppressi dalle tirannie. Una perfetta sintesi di messaggi e raffigurazioni metaforiche che rappresentano l’essenza della democrazia, il bene che vince sul male e la libertà che illumina il Mondo.
E’ bella, è maestosa, è idilliaca, è il monumento per antonomasia della città di New York e dell’intera nazione. E’ il regalo della Francia agli Stati Uniti d’America, in segno di gratitudine, pace e retaggio delle conquiste della Rivoluzione. E’ stata progettata dal francese, Frédéric Auguste Bartholdi, e inaugurata con una grande cerimonia il 28 ottobre 1886. Tutto bello tranne il fatto che in quel capolavoro in realtà “scorre sangue” anche Viterbese e non esclusivamente Francese. Alcuni già lo sapranno ovviamente ma è giusto non solo ricordare ma anche informare coloro che, sulla verità di questa incredibile storia, non ne sono mai venuti a conoscenza. Ma torniamo indietro di qualche anno. Il famoso scultore Pio Fedi, nato a Viterbo nel 1815, poi trasferitosi in giovane età a Firenze, è noto in tutto il mondo per la celebre opera marmorea chiamata “Ratto di Polissena” esposta sotto la loggia dei Lanzi, e per altre splendide creazioni artistiche ammirabili ancora oggi nel capoluogo Toscano. Nel 1870, il nostro concittadino viene incaricato dal comitato celebrativo, di creare un’opera dedicata all’allegoria poetica in occasione della ricorrenza del decimo anno di morte del grande drammaturgo Giovan Battista Niccolini. Il Fedi inizia a lavorarci da subito e termina il bozzetto l’anno seguente. La intitola “La libertà della poesia”, e già solo questo fa presagire l’accostamento con la statua newyorkese. Terminata l’opera, dopo 12 anni di attesa viene inaugurata solo nel 1883 e posta a fianco del ritratto del poeta Pisano, attualmente visitabile presso la chiesa di Santa Croce di Firenze. Una figura femminile con drappeggio, in marmo, alta 4 metri, con una corona in testa a 8 raggi, la mano destra alzata che sorregge delle catene spezzate e la sinistra che stringe una ghirlanda di alloro. In fondo, nel bel mezzo del basamento, una scritta: A G.B. Niccolini. Questa, era l’immagine artistica ideale per Pio Fedi di rappresentare la poesia e l’elogio all’eccellente letterato. Stupenda, ancora oggi, nella sua forma e bellezza e talmente geniale che i due architetti Viollet Le Duc e Bartholdi ne rimasero affascinati. Il primo, amava visitare Firenze per scopi artistici, lo faceva spesso in quegli anni, mentre il secondo, il più noto Bartholdi proprio tra il 1870 e 1871 era in Italia a combattere al fianco di Garibaldi. Non vi è certezza che il Francese si sia incontrato con Pio Fedi, ma considerando la “fede” massonica di entrambi, probabilmente ciò può essere accaduto. Sta di fatto che di li a poco, probabilmente ispirati da quella meravigliosa idea di Fedi, Le Duc poi sostituito da Eiffel e soprattutto Bartholdi cominciarono a lavorare al progetto della Statua da regalare agli Stati Uniti d’America.
“La libertà della poesia” di Fedi è stata inaugurata nel 1883 mentre la più nota “Statua della libertà” di Bartholdi 3 anni dopo, il 28 ottobre del 1886, in quel di New York.
Le immagini fanno molta più chiarezza rispetto alle tante parole scritte o dette, ed è per questo che lasciamo a voi, l’attento e minuzioso confronto tra le due opere per darvi modo di capire quale sia l’impressionante rassomiglianza tra quella di Santa Croce (antecedente per data e ideazione) e quella sita nella Liberty Island.

Se ci fosse stata la legge sul plagio all’epoca dei fatti, e se Fedi avesse trascinato in tribunale l’architetto Francese, molto probabilmente come spesso accade oggi, il Viterbese avrebbe avuto non solo le sue ragioni e un cospicuo risarcimento in denaro ma sicuramente, cosa ben più importante, tolto il merito al sig. Bartholdi. C’è inequivocabilmente sangue Viterbese dunque, in quel meraviglioso monumento Americano che ci dovrebbe inorgoglire tutti, e si spera che questa straordinaria storia che ci appartiene cosi da vicino, sia d’auspicio per un’ approfondita riflessione, che si estenda in proficuo dialogo anche tra i nostri amministratori locali e il Dott. Bill De Blasio, ennesimo Sindaco Italo americano della “grande mela”.

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