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Domenica 19 Febbraio 2017 | 22:24

Noi, i coetanei di Michele

Vietato dire non ce la faccio più

Un trentenne che si toglie la vita e la sua lettera di addio che, per volontà dei genitori, è stata divulgata. Sta poi alla morale, prima ancora che del giornalista, dell'uomo trattare con assoluto rispetto la vita e la morte di una persona.
Michele si è ucciso a 30 anni e scavare nella sua vita sarebbe non solo privo di etica, ma anche inutile. Ciò che possiamo fare invece è riflettere, leggere il suo j'accuse contro una società del precariato. Perchè quelle righe hanno commosso tutti, ma soprattutto noi, i coetanei di Michele.
Ci siamo rivisti in quelle parole, piene di rabbia e dolore. Noi che sentiamo che qualcuno ci ha portato via sogni e prospettive. Noi che in questa società liquida, come l'aveva definita Zygmunt Bauman, a volte ci sentiamo affogare. Perché anche chi è più fortunato e il lavoro ce l'ha, addirittura "fortunatissimo" perché svolge il lavoro per cui ha studiato, si sente sempre in bilico, oscillando tra contratti per il futuro sì, ma a breve termine. E in un effetto domino quel precariato diventa anche quello dei sentimenti, in cui le certezze terrorizzano e gli impegni diventano qualcosa che non ci sentiamo all'altezza di mantenere. I trentenni di oggi, 10 anni fa non si sarebbero immaginati così. 10 anni fa ci avevano detto che andava bene qualsiasi Facoltà, lavoro c'era per tutti, "un po' di disoccupazione è fisiologica", potevamo sognare un posto fisso, una casa tutta nostra, un matrimonio e dei figli. Quelle aspettative sono state tradite. E allora abbiamo dovuto reinventarci. Abbiamo scoperto che si può stare giornate intere a mandare curriculum vitae a cui nessuno risponderà, abbiamo utilizzato la parola application form almeno una volta al giorno, abbiamo visto i nostri più cari amici partire per cercare lavoro lontano, siamo partiti noi per cercare lavoro lontano, ci siamo formati "meglio e di più" nell'attesa di qualcosa di "meglio e di più", ci siamo scoperti degli ottimi viaggiatori passando buona parte della settimana in auto o su mezzi scomodi e sporchi per poterlo raggiungere quel lavoro che ci teniamo strettissimo, abbiamo imparato che le relazioni non sono più quelle dei nonni "per sempre", ma sono quelle del "giorno per giorno" e ci vuole tanto coraggio a scegliersi di nuovo ogni giorno, abbiamo capito che fare un figlio non è una tappa obbligata, ma una scelta di grande responsabilità che siamo liberi di non fare. Abbiamo imparato che la riconoscenza è un grande valore proprio per le volte che ci è stata negata, quando dopo l'ennesimo mese di stage sottopagato, siamo stati messi da parte per far posto al nuovo stagista da sottopagare. Abbiamo imparato che ci vuole rispetto per le persone più grandi, se però quelle persone più grandi hanno rispetto per noi e un po' di consapevolezza di quanto per noi tante mete siano più complicate da raggiungere. Abbiamo imparato che siamo migliori di quanto pensavamo, che molti dei nostri sogni non si sono realizzati e forse non si realizzeranno mai, ma ce ne sono altri che ci aspettano e che richiedono tutta la nostra fiducia nella vita e nelle nostre capacità. La morte di Michele non sarà stata vana se porterà i trentenni a riflettere su quanto si può essere forti e quelli che i trenta li hanno superati da un pezzo, che c'è da darsi da fare per una generazione-risorsa a cui riconoscere un valore.

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