Sergio Casagrande in bianco e nero

LAPIS

L'Italia non è più un Paese per gli italiani

17.06.2017 - 13:05

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Il nostro titolo è provocatorio, ma non è razzistico. Non intendiamo infatti porre l’accento sull’italianità, intesa dal più crudo punto di vista patriottico o nazionalistico, di chi è nato in Italia. Ma vogliamo estendere l’attenzione sugli italiani in generale, su tutti quelli cioè che vivono (e sopravvivono) nel nostro Paese e che per tali condizioni vengono individuati con il termine “residenti”.

L’Istat li ha fotografati proprio in questi giorni, scoprendo che continuano a diminuire. Anche lo scorso anno il saldo è stato negativo. Facendo cioè la somma delle natalità con gli arrivi dall’estero e sottraendo il tutto alle morti e alle partenze, la popolazione italiana, nell’arco di un solo anno è scesa a 60.589.445 unità, perdendo d’un colpo 76.106 residenti.


In particolare le culle continuano a restare vuote lasciando le cicogne a terra, mentre gli arrivi degli stranieri, o meglio, gli stranieri che arrivano e che scelgono di restare, diminuiscono. E, sul contraltare, aumentano le partenze: gli italiani ex residenti; quelli che se ne vanno altrove, per intenderci.
In appena 12 mesi è come se fosse scomparsa dalla nostra carta geografica e demografica un’intera città delle dimensioni di Caserta.


Il quadro, insomma, è impietoso. E quello che lascia esterrefatti è che nessuno, della nostra classe politica - quella che dovrebbe dirigere il Paese -, si pone il problema come una priorità. Eppure è il segnale più lampante di qual è la situazione che sta vivendo attualmente l’Italia.


L’Italia non è più un Paese per gli italiani. Perché, dopo anni di crescita e di benessere (che, anche se a volte molto contenuto, c’è stato), ora, chi può fugge. Chi non può resta, ma stringe i denti e la cinta. E rinuncia anche a far crescere la sua famiglia; quando magari riesce, a fatica, a formarne una.

Fino a ieri ci consolavamo con il fatto che gli arrivi degli stranieri avrebbero salvato il progresso del Paese. Ma oggi non è più così. E presto, di questo andamento demografico negativo, ne risentiranno pesantemente anche settori come quelli previdenza e del sostegno sociale che vedranno aggravare la già loro precaria situazione generale.


Calo delle nascite e crescita dell’emigrazione sono fenomeni così strettamente legati a tutte quelle altre crisi (economica, occupazionale e del welfare) che, per sperare in una soluzione, ci vorrebbe un grande piano per rifondare l’intero Paese. E, invece, in troppi continuano a guardare il secchio che perde acqua da tutte le parti agitando le braccia, ma senza muovere un dito.

Lo ius soli, poi, di cui si parla in questi giorni, se approvato finirà per falsare le rilevazioni Istat del futuro (si calcolano almeno 400mila residenti in più in un solo colpo dalla “conversioni” di chi oggi è già in Italia ma non è ancora considerato cittadino italiano), ma non risolverà di certo il nocciolo del problema.


Sergio Casagrande
sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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