Un attacco agli intoccabili capitalisti italiani?

8 giugno 2013

08.06.2013 - 14:45

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E' sotto gli occhi di tutti, l'attacco irrefrenabile ad uno dei mausolei del capitalismo italiano: l'Ilva. Un' impresa di grandissime tradizioni storiche, già denominata Italsider, negli anni '90, passò da azienda di Stato a mausoleo del capitalismo in mano, guarda caso, ad una delle grandi famiglie che, da sempre gestiscono, sul piano dell'imprenditoria, questo nostro Paese. Già perché è del tutto evidente che, mentre il contatore delle imprese fallite che, dalla prima pagina di uno dei principali giornali economici italiani, ogni giorno, ci ricorda che dobbiamo morire mentre le piccole e medie imprese che operano con la pubblica amministrazione agonizzano perché non vengono pagati i loro crediti, mentre le imprese edilizie sono state pressoché bandite dal credito, continuano a pagare l'Imu anche sull'invenduto e continuano ad incrementare il numero delle case senza compratore, mentre le piccole imprese e le micro operanti nel terziario agonizzano per la diametrale discesa dei consumi, ecco, di fronte a tutto questo il capitalismo italiano, quello bieco, protetto, senza scrupoli, con la corsia preferenziale del credito sempre aperta e con la borsa sempre pronta per raggiungere la vicina Svizzera, questo tipo di capitalismo è ancora imperante e vive la propria gloria nella capitale del nord che, da sempre, lo ospita ed è scenario delle sue scorribande.
Alcuni anni fa, quando il cavaliere era ancora in sella governativa, definì una ventina di capitalisti italiani, come coraggiosi, per una motivazione che noi non abbiamo mai condiviso, ovvero il finanziamento di una cosiddetta good company che avrebbe tenuto in piedi l'italianità della compagnia aerea di bandiera. Tralasciamo commenti su come la tanto lodata iniziativa imprenditoriale si stia miseramente concludendo, a suo tempo ne facemmo tantissimi e fummo anche un poco premonitori, ci soffermiamo invece sulla statura imprenditoriale dei signori cavalieri coraggiosi tra I quali, guarda caso, era annoverato anche il signor Riva, il patron dell'Ilva. Viene il mal di capo, solo a pensare all'entità delle cifre guadagnate da questo cavaliere (anche del lavoro) dell'industria italiana. Nel nome della difesa (giusta peraltro se assunta nelle modalità opportune) del settore dell'acciaio in Italia attraverso la nostra grande azienda di produzione ed attraverso la sua enorme capacità occupazionale (40 mila dipendenti di cui più di 12 mila solo in Italia), il cavalier Riva ha accumulato un'enormità di milioni (miliardi?) di euro. Giusto si potrebbe affermare e noi saremmo d'accordo, se tutto questo non fosse a scapito totale di una serie di elementi che poi, tanto accessori non sono, primo tra tutti l'inquinamento dell'ambiente con la conseguente morte di esseri umani e natura che lo compongono. Ma questo, dicono alcuni, fa parte del gioco.
Come dire: volete la bicicletta Ilva? Ed allora pedalate nel mare della desolazione dell'ambiente circostante e della morte per malattie incurabili. E no. questo proprio no. non può essere che a pochissime miglia di distanza da noi, sempre nell'Europa che, ormai è il nostro Stato, ci sono paesi evoluti come la Germania, la Francia, l'Olanda in cui non solo gli imprenditori in situazioni produttive analoghe evitano totalmente di danneggiare l'ambiente circostante alle loro imprese ma, addirittura, trasformano le aree in cui le stesse sono insistite, in parchi e/o musei dopo che, le stesse, sono state abbandonate dai siti imprenditoriali, attraverso operazioni di bonifica tali da rendere assolutamente irriconoscibili gli stessi. Noi no. Noi riusciamo a distruggere tutto e tutti e poi ci imbestialiamo se un Giudice applica la normativa vigente e lo apostrofiamo, del resto l'insegnamento ci viene dall'alto, come "sempre il solito".
Ma questi signori capitani coraggiosi cosa hanno fatto per l'ambiente e per la salute dei cittadini in esso insediati? Hanno investito quanto necessario a mettere in sicurezza I luoghi di lavoro ovvero hanno investito presso l'ufficio di qualche funzionario benpensante che, poi, ripartendo il bottino con una serie di altri soggetti ha rilasciato licenze e/o permessi assolutamente non conformi con le regole del concorso? La risposta a noi. Come al solito solo e solamente a noi ed alle migliaia di famiglie che rischiano di rimanere senza un reddito perché, silenti, si sono fidate di un padrone che, a mala pena, avranno visto qualche volta arrivare con la macchina e l'autista in fabbrica ed entrare dalle porte di servizio per non farsi vedere. Ma non ci dobbiamo stupire, questa è la realtà del nostro Paese: pochi ricchissimi capitalisti che, al momento opportuno, approfittano dell'intervento dello Stato per sostenere le proprie imprese in nome del mantenimento di un'occupazione necessaria e che riempiono, senza alcuno scrupolo, I loro già gonfi portafogli.
Basta scorrere con attenzione le pagine, seppur nascoste, di giornali che (se non fermati con modalità maldestre) hanno raccontato atti in capo a ciascuno di quelli definiti coraggiosi, per comprendere con quali e quanti benefici economici è stato premiato il loro coraggio da uno Stato gestito da altrettanti cavalieri conniventi. Povere famiglie italiane continueranno inermi a vedere che il contatore delle imprese fallite cresce mentre un nuovo Governo di pseudo giovani (vecchi dentro) vivacchia e tira avanti alla meglio.

Mauro Paoloni
ordinario di economia all'Università di Roma Tre

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